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Gli effetti del Coronavirus. Misiani: estendere il reddito di cittadinanza

Nicola Pini sabato 28 marzo 2020

«Oggi deficit e debito vengono dopo. La priorità è la tenuta del sistema economico e dell’occupazione. Adesso la parola d’ordine del whatever it takes (lo storico messaggio di Draghi durante la crisi del debito, ndr) deve valere anche per la politica di bilancio». Dovrà quindi esserci “tutto il necessario” nel decreto che il governo si appresta a varare nella prima metà di aprile, precisa il viceministro pd dell’Economia, Antonio Misiani, che preferisce però non sbilanciarsi sull’ammontare del nuovo provvedimento. «Sarà maggiore dei 25 miliardi impegnati a marzo – spiega – ma la cifra finale va calibrata in base a tutto quello che si deve fare per salvare posti di lavoro e aziende. Il Paese è in apnea. Stiamo guardando cosa serve e quantificando le spese. Sapendo che le variabili di finanza pubblica vengono dopo». Misiani, bergamasco, non nasconde il suo coinvolgimento anche emotivo in questa drammatica vicenda. «Siamo di fronte – afferma – a una sfida senza precedenti, che non è solo sanitaria, economica e sociale ma riguarda anche il nostro essere comunità, la tenuta spirituale e psicologica del Paese. Come ha detto con una meravigliosa sintesi Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, la mia città, oggi abbiamo bisogno di “ossigeno per i polmoni ma anche per l’anima” perché la sofferenza è grandissima».

In aprile c’è l’appuntamento del Def. Si può già fare una previsione sul Pil 2020?

Il segno meno del Pil è inevitabile. Ma oggi nemmeno con la sfera di cristallo possiamo fare previsioni affidabili. Gli ultimi provvedimenti hanno ampliato il perimetro delle attività ferme, non sappiamo quando usciremo dall’emergenza e con quale velocità. Poi c’è da valutare l’impatto dei provvedimenti messi in campo.

Cosà ci sarà per il lavoro?

Stiamo raccogliendo le istanze del mondo economico partendo dall’assunto che nessuno deve perdere il lavoro. Per questo puntiamo a strumenti il più universalistici possibile. Non ci limiteremo a rifinanziare le misure di marzo, vogliamo migliorare i meccanismi di sostegno e arrivare anche a chi non siamo riusciti a raggiungere prima.

Chi è rimasto fuori dall’ombrello del Cura Italia?

Gli ordini professionali sono previsti ma c’è qualche difficoltà attuativa. Ci sono altri segmenti del mercato del lavoro che rischiano di restare esclusi, penso agli agenti di commercio o ad alcune categorie di precari. L’obiettivo è allargare la protezione.

Anche al lavoro a domicilio?

Ne stiamo parlando, anche se i lavoratori domestici hanno la Naspi.

E il lavoro nero?

La rete di protezione deve essere la più ampia possibile. Nel Cura Italia c’è un Fondo di ultima istanza. Credo sarà rafforzato ma stiamo ragionando anche sul potenziamento in via transitoria del reddito di cittadinanza per ricomprendere casistiche non coperte dagli ammortizzatori tradizionali.

Il bonus autonomi resterà a 600 euro? La cassa integrazione vale fino a 1.100…

Ricordo che la cassa va solo a chi non lavora mentre i 600 euro del decreto di marzo sono helicopter money, soldi dati ad ampio raggio, a chi lavora e chi no. Detto questo, stiamo pensando di rafforzare l’entità del bonus per gli autonomi, rendendolo più mirato, commisurato all’effettiva perdita di fatturato.

Per le imprese il governo stima un effetto leva da 340 miliardi del decreto di marzo. Si andrà oltre?

L’intervento è già molto significativo. Ma anche in questo caso vogliamo allargare l’ombrello per garantire la liquidità, che è cruciale per la sopravvivenza delle imprese stesse. Lo faremo sul lato del credito e credo anche per una serie di scadenze e pagamenti fiscali che potrebbero essere ulteriormente congelati.

Il taglio del cuneo fiscale di luglio va sospeso?

Io sono contrario. Stiamo cercando di mettere denaro nelle tasche di tutti i lavoratori e non si capisce perché dovremmo rimettere in discussione una misura che va in quella direzione.

Ce la faremo senza i coronabond europei?

La Ue ha fatto due passi di portata storica: la sospensione del Patto di stabilità e crescita, che abbatte un totem che sembrava inviolabile, e il programma di acquisti da 750 miliardi della Bce che ha già permesso di raffreddare lo spread. I coronabond darebbero il segno di uno sforzo collettivo dei Paesi europei. I tempi non sono ancora politicamente maturi ma il fronte si è allargato e l’Italia non è più sola. In ogni caso dobbiamo rispondere qui ed ora alle domande del Paese e quindi ci muoveremo in autonomia.