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Esclusiva. Memorandum Italia-Libia, la bozza integrale: la partita dei fondi a Tripoli

Nello Scavo mercoledì 12 febbraio 2020
La bozza integrale della proposta di rinegoziazione del memorandum libico, ottenuta in esclusiva da Avvenire, suggerisce una lettura tra luci e molte ombre. Si parla di diritti, ma con la lingua dei soldi.
Se a parole non mancano i buoni propositi e alcune richieste apprezzabili, come il «rilascio di donne, bambini e altri individui vulnerabili dai centri e alla chiusura di quei centri che, in caso di ostilità, siano più direttamente esposti al rischio di essere coinvolti nelle operazioni militari», per altro verso si nota subito come questa la liberazione di donne è bambini non è invocata come «immediata».

Già nel lessico si capisce come Roma non intenda chiamare le cose con il loro nome. E per non offendere la controparte libica tocca leggere per ben due volte la definizione di «centri d’accoglienza» riferita a strutture per le quali sempre il governo italiano invoca «il superamento». Mai si parla di detenzione o campi di prigionia. Così come mai ricorrono parole come «tortura», «abusi», «stupri», «riduzione in schiavitù», «vendita di migranti», invece adoperate dai dossier delle Nazioni Unite e dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che più volte ha accusato le autorità libiche si essere direttamente coinvolte negli «orrori indicibili» a danno dei migranti.

Come a riconoscere che il traffico di esseri umani sia una fonte di entrate per intere aree, viene proposto di «avviare programmi di sviluppo, attraverso iniziative capaci di creare opportunità lavorative “sostitutrici di reddito” nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione irregolare, traffico di esseri umani e contrabbando».
L’Italia chiede «il pieno e incondizionato accesso agli operatori umanitari, che potranno rafforzare l’attività di assistenza umanitaria a favore dei migranti e delle comunità ospitanti». E chiede anche la «progressiva», e anche qui non “immediata”, «chiusura dei centri non ufficiali in cui sono trattenuti i migranti irregolari». Campi di prigionia, beninteso, gestiti direttamente dalle milizie e dai trafficanti di uomini e di cui non si conosce la dislocazione esatta, che evidentemente Roma ritiene sia invece nota alle autorità di Tripoli. E probabilmente alludendo a figure come il comandante al-MIlad, nome di guerra "Bija", che viene anche chiesta "l’esclusione dai centri del personale che non abbia adeguate credenziali in materia di diritti umani". Certo, occorre essere «consapevoli della sensibilità dell'attuale fase in Libia e della necessità di continuare a sostenere gli sforzi miranti alla pace e alla riconciliazione nazionale, in vista di una stabilizzazione che permetta l’edificazione di uno Stato pienamente democratico», si legge ancora. E per rassicurare il governo riconosciuto del premier al-Sarraj viene ribadito che non sarà messo in discussione il Trattato di amicizia firmato da Berlusconi e Gheddafi a Bengasi il 30 agosto 2008, nonché la Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 (governo Monti).

Su un punto Roma sembra insistere: «Rispetto dei trattati e delle norme internazionali consuetudinarie di diritto umanitario e sui diritti umani, inclusi i principi e gli scopi della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati». La Libia, però, non ha mai firmato la Convenzione sui Diritti dell’Uomo. Ma l'Italia si impegna a «elaborare, con il supporto della Parte italiana e attraverso l’assistenza tecnica e il sostegno delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, una normativa nazionale settoriale che garantisca il rispetto dei diritti di migranti e rifugiati».
Nessuno di questi propositi ha trovato un compimento negli anni precedenti, quando la situazione libica appariva relativamente meno conflittuale ed è davvero difficile immaginare che possa accadere adesso, quando perfino la tregua raggiunta tra i negoziatori del premier al-Sarraj e del generale Haftar, viene regolarmente violata.

Su altri punti, però, si concentrerà l’attenzione dei libici. L’Italia si impegna a sostenere finanziariamente, con corsi di formazione e con equipaggiamento la «guardia costiera del Ministero della Difesa», definizione che di fatto esclude le altre "polizie marittime”, pur lasciando aperta la porta al supporto degli «organi e dipartimenti competenti del Ministero dell'Interno», che a sua volta guida una propria milizia navale che nei giorni scorsi aveva ospitato un vertice con un rappresentante del nostro governo.
«La Parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della prevenzione e del contrasto all'immigrazione irregolare e delle attività di ricerca e soccorso in mare e nel deserto», si legge ancora. In questo contesto «le Parti si impegnano a sostenere le misure adottate dall’Unhcr-Acnur e dall’Oim (le agenzie umanitarie dell’Onu sul campo, ndr) nel quadro del piano d'azione per l’assistenza ai migranti in Libia e la Parte libica assumerà ogni utile iniziativa per facilitarne l’attuazione». Di tutto questo, però, le agenzie Onu non sono state messe al corrente né hanno potuto offrire osservazioni e suggerimenti.

LA BOZZA INTEGRALE DEL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA