Attualità

MARIO MONTI. «Ecco la mia agenda pronto a guidare»

Marco Iasevoli domenica 23 dicembre 2012
Non si tira indietro, Mario Monti. Ma fissa un metodo: solo dopo aver visto le adesioni «consapevoli, convinte e credibili» alla sua agenda programmatica, sarà «pronto a dare un sostegno, un riferimento. E anche, se mi verrà chiesto e riterrò, la guida politica». È, per quanto manchino ancora diverse tessere al puzzle, una discesa in campo. Anzi, «una salita in politica, perché la politica è una cosa nobile». La conferenza stampa di fine anno del premier non è stato dunque un atto parziale e provvisorio. E al termine di un discorso da oltre 120 minuti annuncia: «La nostra agenda non è indirizzata né al centro né alla destra né alla sinistra, è un’agenda erga omnes, non ho preclusioni verso nessuno. Chiunque trovi interesse la consideri. Le categorie destra-sinistra non bastano più. Oggi le parole chiave sono “volontà di cambiamento” ed “Europa”, servono coalizioni ampie e serve mettere insieme i cespugli riformisti dei vari schieramenti, oggi soffocati da leaderismi che nascondono il vuoto d’idee o idee sbagliate. Ora sono nelle loro mani». La sua agenda, dunque, diventa il campo su cui misurare chi ci sta e chi non ci sta. Monti ha chiaro anche il profilo della sua campagna elettorale: «Non mi presenterò in nessun collegio, sono senatore a vita. E non darò il mio nome perché lo usino altri. Deciderò io chi può essere accolto o meno in questo progetto, ho un cervello per farlo. Se mi spaventa la campagna elettorale? Sono sereno, e non sarebbe la prima volta che un premier partecipa alla corsa. Ma su questo punto valuteranno altri». Con un percorso di questo tipo, Monti afferma di non lasciare «i panni della terzietà, panni che farei fatica a dismettere». E restando nell’agone politico, di fatto, smentisce anche di aver ricevuto «minacce» per starsene in disparte. Poco dopo la conferenza, chiarisce ulteriormente i termini del suo impegno in tv, partecipando alla trasmissione “In mezzora” di Lucia Annunziata: «Se ci saranno forze a sufficienza che aderiranno all’agenda, e se riceverò le dovute garanzie, potrei essere il candidato premier». E ancora: «Il mio progetto comprende Casini, Montezemolo, Riccardi, altri spezzoni che si stanno organizzando da tempo, ma va molto oltre. Molto verrà dalla società civile, da associazioni e persone che hanno maturato un disgusto e ora vogliono partecipare. Vogliamo intercettarli – conclude con un implicito riferimento a Beppe Grillo – per evitare che trovino risposta solo in movimenti di protesta non in grado di dare risposte di governo. Ci sono alte probabilità di insuccesso, lo so, e forse sarebbe stato più comodo, per avere altri incarichi istituzionali, stare in disparte. Ma non l’ho ritenuto giusto». Una cosa è certa: le porte sono chiuse per Berlusconi. In conferenza Monti riserva al Cavaliere parole durissime. Esplicite, quando dice di essere «sbigottito» dall’ex premier: «Faccio fatica a seguire la linearità del suo pensiero. Dice che siamo stati un disastro, poi mi offre di guidare i moderati. Grazie, ma il tutto avviene in un quadro di comprensione mentale che a me sfugge. E al Ppe – aggiunge – mi ha invitato Martens, non lui». Numerosi poi sono stati i riferimenti impliciti agli errori di politica economica ed europea e politici in senso stretto del governo Berlusconi («A Bruxelles non serve la politica delle pacche sulle spalle se poi dopo ti fanno i risolini dietro»). Ce n’è anche per la sinistra, in particolare per Vendola, definito senza mezzi termini «conservatore», ribaltando l’accusa che il governatore pugliese spesso rivolte al premier uscente. Più o meno lo stesso giudizio riservato alla Cgil: «Non vogliono cambiare», dice in riferimento alla mancata firma di Susanna Camusso sull’accordo per la produttività. Con centrodestra e centrosinistra il professore si toglie poi tanti sassolini dalle scarpe: sulla giustizia, l’anticorruzione, la riforma del lavoro, le riforme istituzionali. «Noi volevamo fare di più», dice citando falso in bilancio, conflitto d’interesse, voto di scambio, intercettazioni, province, costi della politica. Punti che ora tornano nell’agenda-Monti con l’auspicio che una maggioranza politica elimini gli ostacoli trovati in questi tredici mesi di governo. Una maggioranza politica che si potrebbe definire – dice citando l’Economist - «centrismo radicale». Il quadro dunque è più chiaro. Monti c’è. Dipende ora dalla politica. Dai centristi, ma non solo. Dalla società civile, ma non solo. Dipende anche dai riformisti di Pdl e Pd. Sono loro ora a dover uscire allo scoperto. Sapendo che il professore «è pronto a fare da guida». Con in testa un modello, citato più volte: Alcide De Gasperi. E il Colle? E le riserve che avrebbe espresso sull’impegno diretto di Monti? «Ho accesso ai pensieri autentici di Napolitano, e ascolto molto le sue osservazioni», si limita a replicare il professore. Aggiungendo, poi, durante l’intervento da Lucia Annunziata: «Mi assumo la responsabilità della mia scelta». Significativo anche l’elenco dei punti che lo distinguono da Angela Merkel: «Liberalizzazioni, crescita, mercato europeo… No, non siamo accucciati su di lei, per niente». Mentre in riferimento alle sue dimissioni preannunciate il 7 dicembre e formalizzate venerdì ripete: «Alfano ha usato parole pesanti. Le parole contano, specie se dette in Parlamento. Più del giudizio sull’operato del governo, mi ha offeso sentirmi dire che ho ceduto al Pd». Ora la curiosità si sposta sull’agenda, intitolata “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Agenda per un impegno comune. Primo contributo per una riflessione aperta”. Monti elenca alcuni punti riguardanti occupazione e donne. Ed esprime più volte preoccupazione per il «dramma» della scarsa natalità: «Così l’Italia si sta autodistruggendo», dice. Prima di presentare l’agenda e il suo impegno politico, Monti aveva tracciato due scenari «devastanti» per l’Italia. Quello in cui si rifiuta l’Europa e si «dissipano i sacrifici fatti» e quello in cui il nuovo governo, come prima azione, elimini l’Imu. «Chi verrà dopo dovrà reinserirla raddoppiata», affonda il professore. Con i populismi – era stato l’inizio della sua conferenza – si rischierebbe di tornare a tredici mesi fa, ad una situazione «fragilissima che forse molti hanno già dimenticato». E invece, conclude, nonostante «in Europa ci fosse diffidenza nei nostri confronti e ci suggerissero di farci aiutare dalla troika, ce l’abbiamo fatta con le nostre forze. Ora siamo di nuovo cittadini europei a testa alta».