Attualità

La violenza sulle donne . Femminicidio, due idee sull'educare per evitare altri errori

Daniele Novara * venerdì 18 agosto 2017

Contro il femminicidio non bastano le buone leggi. Non basta la repressione poliziesca. Si fa strada la consapevolezza che alcuni errori educativi possono generare, in perfetta buona fede e con le migliori intenzioni, personalità maschili talmente fragili da risultare permeabili alla tentazione della violenza.

Ecco un paio di idee per affrontare le priorità educative che ritengo più urgenti.

Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.

Occorre che entri in gioco il padre: non il padre amicone, divertente, sempre disponibile. Parlo del padre paterno, che mette limiti, che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico. E, quando il padre non c’è, alla madre tocca anche questo ruolo paterno di crescere figli autonomi e responsabili, non bambini annoiati da tutto, con la vita facile e le difficoltà azzerate.

La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene. Aumenta nei ragazzi la carenza conflittuale. Si tratta dell’incapacità di affrontare e gestire le difficoltà relazionali. La violenza contro le donne non ha matrici passionali o amorose: è brutalità allo stato puro, incapacità totale di gestire le proprie reazioni emotive, volontà di possesso e di dominio assoluto, come se i corpi fossero una proprietà privata e potessero essere resi in schiavitù perpetua. Agli uomini violenti nessuno ha insegnato a litigare bene.

Il litigio infantile è stato sostanzialmente represso e punito, con punizioni anche particolarmente violente e pesanti. Questo ha impedito, e può ancora impedire ai bambini di imparare a stare nelle contrarietà. Non imparano ad ascoltare l’opinione degli altri; non imparano ad affrontare la divergenza; non imparano a tollerare un’opposizione alla propria volontà. Sviluppano così una profonda incapacità a relazionarsi bene nelle situazioni critiche e finiscono con l’esplodere. Da qui la rabbia e la violenza.

Meglio che imparino a litigare da piccoli, potranno acquisire competenze preziose per il loro futuro di uomini. L’adulto aiuta i bambini a scambiarsi tra di loro le reciproche versioni del litigio. Non punisce ma stimola il confronto. Un giovane maschio cresciuto nel rispetto delle regole, nella soddisfazione dell’autonomia e nel riconoscimento delle ragioni altrui, non potrà essere un uomo violento con una donna. E saprà vivere la sua identità maschile senza dover negare quella dell’altro sesso.

*Pedagogista