Attualità

La visita. Draghi unito a Erdogan su guerra e migrazioni

Marco Iasevoli inviato ad Ankara mercoledì 6 luglio 2022

Il premier Mario Draghi nell’ufficio presidenziale di Recep Tayyp Erdogan

La fase storica è radicalmente cambiata. La percezione di pericoli comuni più grandi manda in soffitta le polemiche del passato. E anche i temi scomodi – dai curdi a Cipro – vengono messi da parte per non disturbare nuove relazioni diplomatiche, ispirate al pragmatismo. Mario Draghi e Racep Tayyip Erdogan, insomma, si mettono gli incidenti alle spalle: il «dittatore» con cui «bisogna però cooperare» – la definizione del premier italiano è dell’aprile 2021 – è oggi l’«amico» da ringraziare per la «calorosa ospitalità». E il presidente del Consiglio italiano, alle 16 e 30 locali, è accolto con tutti gli onori: a precedere la sua auto, verso l’ingresso del palazzo presidenziale, cavalli e cavalieri bardati d’azzurro. Schierati, in suo onore, non solo i corpi d’onore di Ankara, ma anche una fila di guerrieri vestiti con gli abiti delle 16 tribù originarie.

E giunto a metà del corteo, a Mario Draghi è concesso l’onore di elevare il grido che spetta al comandante in capo: «Ciao, soldato », dice in un turco incerto. Mentre è tuonante la risposta dei militari. È l’inizio di una distensione reale: il primo bilaterale governativo e interministeriale dopo 10 anni. Il centro nevralgico è l’incontro a quattro con Mario Draghi e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio da una parte, con Erdogan e Mevlut Cavasoglu, il capo della diplo- mazia turca, dall’altra. È lì che si fa il punto su Ucraina e Russia. E in cui, sostanzialmente, si registrano più stalli che passi avanti. L’impegno comune italo- turco è sbloccare il grano. Draghi ammette: «Manca il via libera» di Putin. Spetta invece ad Erdogan mostrare maggiori speranze: «I negoziati vanno avanti, tra 7-10 giorni puntiamo a raggiungere l’obiettivo».

Sembra una divisione di compiti tra realismo, auspici e domande della stampa contingentate al massimo. E non pare un caso che a ribadire la «ferma condanna» della Russia e il «sostegno all’Ucraina» sia stato, sebbene a nome di entrambi, Mario Draghi. Mentre, ancora spartendosi i ruoli, Erdogan ringrazia Roma per il sostegno alle prospettive europee di Ankara, tema che il premier non affronta direttamente, ma implicitamente 'consigliando' al presidente turco di rientrare nella convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Certo non è il bilaterale Italia-Turchia la sede in cui poteva chiudersi la partita cruciale del grano. E così, sono gli altri dossier a prendersi la scena. Interpellato dai giornalisti turchi sull’atteggiamento della Grecia verso i migranti, Erdogan, con un colpo di teatro, gira la palla a Draghi.

Che prima ribadisce come la questione migratoria vada affrontata in modo «umano, equo, efficiente». Poi lancia senza possibili fraintendimenti un duro segnale alla stessa Grecia e alla Ue: «Siamo il Paese meno discriminante e più aperto. Ma occorre capire che non si può essere aperti senza limiti. Lo ha detto la ministra Lamorgese alla Ue, lo abbiamo detto al presidente Erdogan, lo diremo alla Grecia: anche noi abbiamo dei limiti e ci siamo arrivati ».

Dal punto di vista operativo, ieri nel bilaterale tra il ministro dell’Interno Lamorgese e l’omologo turco Suleyman Soylu si è definito uno scambio di uomini tra la Polizia italiana e quella di Ankara per scovare le rotte e i mercanti di persone. Un accordo è in vista anche per corridoi umanitari dalla Turchia verso l’Italia per i profughi afghani. Sull’energia, l’Italia da un lato ha confermato il sostegno sul gasdotto Sakarya, dall’altro ha ribadito l’intenzione di Eni di uscire dal Blue stream, che rifornisce Ankara di gas russo, per interrompere la partnership con Gazprom.

Sulla Libia, i due Paesi si sono ri-promessi cooperazione per la stabilizzazione della Regione e libere elezioni. Un passo avanti deciso, invece, sul fronte mi-litare: Erdogan conferma che la Turchia è pronta ad entrare nel progetto italo-francese SampT, sistema missilistico terra-aria che le permetterebbe di alleggerire l’import di armi analoghe dalla Russia. Così si spiega il protocollo di riservatezza siglato dai due ministri della Difesa, Lorenzo Guerini e Hulusi Akar.