Attualità

INTERVISTA. Don Di Noto: «Business che sfrutta l’imbecillità»

Pino Ciociola mercoledì 10 ottobre 2012
​Proprio un gran bel giochetto. Attraverso il quale, per la modica cifra di quindici euro, puoi divertirti a fare virtualmente il pappone. Acquisti on line le novantanove carte (dai contenuti e dai disegni irriferibili, che evocano violenze e stupri di gruppo), gestisci le tue “ragazze”, classificate in escort di lusso, prostituite di strada e “giovani promesse”, le fai lavorare a colpi di sfrenate perversioni e, se non rendono tanto da battere gli altri papponi in gara, alla fine puoi venderne anche gli organi. Tutto finto, ancorché da brividi, per carità. Ma anche tutto largamente accessibile (in pratica) a chiunque, visto che per entrare nel sito basta cliccare sul «sì» alla domanda «Sei maggiorenne?» e che per acquistare le carte e giocare serve solamente una paypal.Insomma si tratta del «primo gioco di carte dedicato allo sfruttamento della prostituzione», spiega don Fortunato Di Noto, fondatore e responsabile dell’Associazione Meter, che combatte la pedofilia, ed è stato fra i primi ad accorgersi del sito (aperto il 2 ottobre scorso) e a denunciarne l’esistenza: «Ogni giocatore ricopre un ruolo, quello di sfruttatore di prostitute, gestendo colpo su colpo le sue ragazze, ognuna con una propria “particolarità”, parcella e ricavato finale in caso di ko e successiva vendita degli organi». E ancora: «Il gioco comprende eventi imprevisti e i power up, cioè "punti salute" e "migliorie". Lo scopo finale è vincere usando le proprie squillo con limiti e "abilità" dettate dalla loro scheda».Il commento di don Di Noto e durissimo: «Con queste cose si possono generare comportamenti» e «questo è un "gioco" che induce a pensare che sfruttare le persone sia ludico, che vendere organi è come vendere pezzi di ricambio. I diritti umani vengono calpestati da un gioco».Non solo, ma «chi ha ideato questo gioco, persona conosciuta nel mondo del porno e che ha avuto anche commenti positivi da qualche testata giornalistica nazionale - va avanti il sacerdote - forse non conosce cosa significhi essere sfruttato, o il dramma di una schiavitù legata ai papponi di turno, o vendere un organo per acquistare un pezzo di pane». Importa poco: «Non credo questo possa interessargli, dato che il gioco rientra nel business che sfrutta l’imbecillità di una illogica perversione sessuale».Quelli dell’"Associazione Papa Giovanni XXIII", racconta Roberto Gerali, si dicono «sconcertati e inorriditi», perché i messaggi sbagliati di questo "gioco" «possono alimentare confusione nei ragazzi e nei soggetti più deboli».E lui, l’ideatore del "gioco", come replica? «Nasce con un intento ludico che si adegua perfettamente al resto della mia produzione artistica», «raccontare la realtà non significa esprimere necessariamente un giudizio e tanto meno approvarla» e infine con un incredibile «il contenuto non è imposto a nessuno, chi si ritiene offeso può non comprarlo».