Attualità

Governo. Di Maio-Salvini, ancora nessun accordo. A Milano l'incontro della verità

Marco Iasevoli venerdì 11 maggio 2018

Salvini & Di Maio. È ancora scontro su premiership e programma (Ansa)

Il tema della giornata lo si è capito subito, di buon mattino. La corsa dei 5s a bocciare tutte le ipotesi di «premier terzo» apparse sui giornali ha implicitamente confermato un sospetto: Luigi Di Maio crede ancora nella possibilità di accedere a Palazzo Chigi dalla porta principale.

Il sospetto però è cresciuto in serata, a margine di un fatto politico curioso. Il leader 5s incontra il capo di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Un’ora di colloquio negli uffici di FdI. All’uscita, Di Maio liquida tutto con poche parole: «Per cortesia le ho voluto spiegare perché il contratto è solo tra M5s e Lega». La versione pentastellata, insomma, è che il capo politico ha chiuso le porte ad un accordo con il partito di Meloni.

Apriti cielo. La leader FdI insorge. Medita a lungo, poi una nota al vetriolo che entra a gamba tesa nelle trattative tra Di Maio e Salvini: «L’ho ricevuto perché me l’ha chiesto lui. Di Maio ha chiesto il nostro sostegno ad una premiership sua o di un altro esponente M5s in cambio di un via libera a un nostro ingresso nel governo». Ma FdI «non ha chiesto nulla e non vuole entrare in un esecutivo a guida grllina, anzi chiediamo un premier che rispecchi il voto degli italiani. Di Maio ci ha detto che in questo caso avrebbe posto un veto sulla nostra presenza perché "troppo di destra". Che dice, ora, Salvini?».

Chi dice la verità, Di Maio o Meloni? È FdI che vuole entrare nel negoziato per prendersi il dicastero della Difesa o 5s che vuole coinvolgerli per prendere Palazzo Chigi? Difficile da dire. Resta il nodo politico, che si era evidenziato già nell’incontro a ora di pranzo a Roma tra il capo 5s e Matteo Salvini. «Non abbiamo parlato di premier», glissa Di Maio. Il segretario del Carroccio, come spesso sta accadendo in questi giorni, tace e va a rifugiarsi sui social per ribadire che lui sta lavorando per realizzare il suo programma, nient’altro.

Ma di presidenza del Consiglio si è parlato eccome. E il tutto si è chiuso con una fumata nera come il petrolio. Al punto che oggi i due si rivedranno al Pirellone a Milano per provare a chiudere perché adesso il tempo concesso da Mattarella sta scadendo. Secondo alcuni rumors, nell’incontro romano Di Maio avrebbe effettivamente chiesto a Salvini la premiership per lui o per un 5s, rendendo disponibili per la Lega tutti i dicasteri pesanti. Ma avrebbe ricevuto un «no» secco. Le «figure terze» evocate dagli stessi pentastellati nei giorni scorsi evidentemente erano un diversivo o una sorta di piano B da attivare nel caso la via politica risultasse non percorribile. La faccenda del premier, quindi, sta in questi termini. «No» di 5s al leghista Giorgetti. «No» del Carroccio a Di Maio o Fraccaro o chi per loro.

Il caso-Meloni, quindi, si inserisce in questo contesto. E può aprire due nuovi scenari. Quello in cui Salvini si sfila rabbiosamente e accusa Di Maio di puntare solo a Chigi. O quello in cui il leader della Lega rompe definitivamente con il centrodestra e punta forte su un governo di legislatura con i pentastellati. Il bivio, come detto, si presenterà sabato pomeriggio a Milano.

Dopo la vorticosa giornata, i due leader hanno bisogno di fare il punto. Di Maio incontra all’Hotel Forum Casaleggio jr (che è stato in missione al Senato tra numerose polemiche del Pd) e Beppe Grillo, il quale con un’uscita delle sue fa capire che il suo compito nel Movimento non è affatto finito. Anche le "interferenze" di Casaleggio avrebbero creato dissapori ieri tra Di Maio e Salvini. Ma lo stesso segretario del Carroccio fa intuire che nelle prossime ore potrebbe avere un incontro o un contatto di aggiornamento con Berlusconi, con il quale il canale è sempre aperto.

Mattarella assiste alle evoluzioni ed involuzioni della giornata con freddezza. Il Quirinale sottolinea con un certo fastidio che non arrivano messaggi di aggiornamento dai due partiti. Un filo di irritazione traspare anche quando il Colle ripete il timing: entro domani il capo dello Stato aspetta una «telefonata» che gli comunichi il nome scelto da M5s e Lega per Palazzo Chigi. Da lunedì lui è pronto a dare l’incarico. Potrebbe dare altre ore se ci fossero evidenze politiche che le rendono necessarie. Ma se continuasse a riscontrare questo mix di silenzi ufficiali e passi incerti, tornerebbe senza indugio all’idea del «governo neutrale», che è stata congelata ma non abbandonata.