Attualità

La storia. Dentro l'incubo amianto. Obiettivo ricostruzione

Diego Motta giovedì 19 febbraio 2015
Cinque anni. È il tempo che servirà a Broni, centro dell’Oltrepo pavese, per provare a mettersi alle spalle un passato fatto di fantasmi, distruggerlo nel senso letterale del termine e infine completare una piccola, grande ricostruzione. È ancora in piedi, la Fibronit, e con essa l’incubo dell’amianto killer che ha fatto di questa cittadina nota soprattutto per il buon vino, il paese con la più alta percentuale di mesoteliomi d’Italia. Il picco di decessi dovuti all’esposizione al materiale è atteso per il 2020, lo stesso anno in cui il grande stabilimento dovrebbe essere demolito. Morte e rinascita si incrociano continuamente in questa storia, simbolo di un’Italia industriale che non c’è più. Anche Casale Monferrato, che pure non è distante da qui, sembra lontana anni luce, perché almeno in Piemonte il corpo del reato è stato cancellato e non si vede più, mentre qui esiste ancora, così come la paura che tutto questo immane, silente disastro ambientale, possa finire in prescrizione, com’è già successo per la Eternit. La colpa risale agli anni Novanta, «quelli dell’encefalogramma piatto – ricorda il sindaco Luigi Paroni –. Per troppo tempo abbiamo fatto finta di niente. Oltre vent’anni fa, alla chiusura della fabbrica, non c’è stato lo scatto necessario. Tanta gente ha preferito andarsene e alcuni di quelli rimasti erano troppo attaccati al passato per poter reagire con prontezza». La popolazione di Broni passò cosi in poco tempo da 10.800 a 8.300 persone ma, quel che più conta, la percezione di un dramma latente non si manifestò con i tempi dovuti. Fu così che, al crollo demografico, si accompagnò ben presto un rapido declino culturale e sociale. Armadietti aperti e bonifiche Sulla scena del delitto sono rimasti i vestiti e gli stracci usati dagli operai l’ultimo giorno, gli armadietti ancora aperti, abbandonati di corsa quando le forze dell’ordine hanno sigillato la fabbrica. «La Fibronit all’epoca impiegava 1.300 persone. Nessuno poteva immaginare che si trattasse di una vera e propria metastasi per il territorio» racconta il dottor Paolo Manazza, che per conto dell’Asl di Pavia ha monitorato e monitora tutto il perimetro di quella che una volta era considerata la grande fabbrica: 50mila metri quadri, la superficie coperta dai due capannoni, in cui si lavorava. La messa in sicurezza del piazzale esterno e della terrazza sta per essere conclusa e da questa estate dovrebbe partire l’operazione più delicata: la bonifica a tappe delle aree interne dello stabilimento. Poi verrà la fase finale, quella della demolizione di tutto il complesso, compresi i 31mila metri quadri di lastre di eternit trovate e già trattate dagli specialisti per evitare nuovi rilasci di fibre inquinanti nell’atmosfera. «L’unica prevenzione nei confronti dell’amianto è la sua eliminazione » spiega Manazza che, guardando le tabelle sull’incidenza di mesoteliomi a Broni e dintorni, si sofferma su un dato in particolare: la presenza nelle statistiche locali di 40-50enni del posto, «persone che hanno respirato amianto da quando sono nati, visto che la malattia ci mette 30-40 anni a manifestarsi». «Ho visto papà e mamma andarsene in pochi anni – racconta Silvio Mingrino, che ha fondato Avani, una combattiva associazione delle vittime –. Papà lavorava in fabbrica, la mamma gli lavava i panni tutti i giorni. Da allora mi chiedo come sia stato possibile, da parte di proprietari e dirigenti, far finta di nulla. Hanno fatto zero prevenzione, zero manutenzione, zero sicurezza. Per questo, non accettiamo l’ipotesi di derubricazione del dolo nei processi in corso». Quanto alle attività di bonifica, fino a un paio d’anni fa sono andate avanti più lentamente del previsto, «anche perché non è prevista una regolamentazione chiara per casi come questo e la burocrazia finisce per infilarsi ovunque, pur di frenare tutto – sottolinea il sindaco –. Ci sono 15-16 enti cui spetta un parere e le procedure hanno più volte bloccato l’erogazione dei fondi». Ora dovremmo esserci: oltre ai 5 milioni arrivati per la prima messa in sicurezza delle strutture, è giunto il via libera all’utilizzo di altri 12,5 milioni per la bonifica interna, e a ulteriori 16 milioni per il terzo lotto, che si concluderà con l’abbattimento della fabbrica. La reazione della comunità «Ogni funerale è un dramma che si ripete e a noi sacerdoti tocca sempre trovare parole nuove per un lutto che rimane immutabile» spiega don Mario Bonati, parroco da quattordici anni della parrocchia S.Pietro Apostolo di Broni, che chiede di «tenere desta l’attenzione, per combattere il dolore, per testimoniare vicinanza verso chi è rassegnato e per continuare a camminare uniti, come comunità». Il futuro oltre la Fibronit è racchiuso in uno studio commissionato dal Comune all’Università Cattolica di Piacenza, che ipotizza uno sviluppo locale alternativo alla vecchia industria, fatto di investimenti nel settore agroalimentare e di rilancio del piccolo commercio. Per chiudere una pagina e riaprirne un’altra, tutta nuova, servirà certamente la riqualificazione ambientale in corso, che da tempo peraltro segnala dati positivi sul versante della qualità dell’aria: le otto centraline installate sul territorio dicono che i risultati sono nella norma. Semmai il problema si porrà dopo e non riguarderà più soltanto Broni: dove smaltire le sostanze pericolose, visto che le due discariche presenti in Lombardia sono già sature? Nessuno ha avanzato una soluzione plausibile. «L’amianto paradossalmente è un problema troppo grosso per essere risolto a livello nazionale» risponde il dottor Manazza. Occorre muoversi innanzitutto dal basso e a Broni, almeno oggi, ne sono consapevoli. Il 2020 arriverà in fretta.