Attualità

LA TRAGEDIA. Barletta, operaie in «nero» morte per 3,95 euro l'ora

martedì 4 ottobre 2011
Confezionavano magliette e tute da ginnastica. E guadagnavano meno di 4 euro all’ora. Matilde Doronzo, 32 anni, Giovanna Sardaro, 30 anni, Antonella Zaza, 36 anni e Tina Ceci, 37 anni, le quattro operaie morte nel crollo della palazzina di Barletta, lavoravano in nero dalle 8 alle 14 ore al giorno. Lo raccontano, tra le lacrime, i parenti delle donne. L’orario variava a seconda del lavoro che c’era da fare: «Avevano ferie e tredicesima pagate, ma senza contratto. Lavoravano per pagare affitti, mutui, benzina. Lavoravano per poter vivere. Anzi, sopravvivere». Storie che s’intrecciano con chi è scampato al disastro. Gennaro Antonucci, indossa una maglietta nera regalata da alcuni conoscenti. E quando parla, non riesce a trattenere la rabbia. Grida. Ricorda ad alta voce l’odissea della famiglia che abitava al secondo piano della palazzina. Al civico 52. Della casa è rimasta in piedi solo una parete con il quadro della Madonna dello Sterpeto, la protettrice di Barletta. «È Lei che ha salvato mia figlia, Manuela». La donna, al quinto mese di gravidanza, è stata la prima ad essrere liberata dai soccorritori. Ora è in ospedale sotto osservazione.Gennaro incalza. Le sue parole rappresentano un vero e proprio atto di accusa: «Quelle crepe ci mettevano paura. Venerdì sono venuti i tecnici e hanno detto che avrebbero scritto un’ordinanza. Bisognava decidere sullo sgombero o sul puntellamento dell’edificio. Intanto l’impresa era al lavoro, con un escavatore, una pala meccanica».Lunedì, nuova richiesta di sopralluogo: «Le crepe si erano allargate. Abbiamo fatto chiamare dall’avvocato i responsabili dell’impresa e 15 minuti prima del crollo hanno detto a mia moglie e a mio cognato che non c’era pericolo». I lavori in corso riguardavano un’area attigua allo stabile crollato nella quale c’era il rudere di una vecchia costruzione, la cui demolizione era cominciata circa un anno fa per poi essere sospesa per problemi lamentati sia dai proprietari della palazzina crollata sia dal proprietario di una pescheria. I lavori in quell’area erano ripresi una settimana fa. «Quando il palazzo è crollato - sibila ancora Gennaro –  stavano lavorando».Barletta, attonita, s’interroga. Barletta vuole capire. La pensa così anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica ha scritto un messaggio al sindaco: «L’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure, laddove si vive e si lavora, impone l’accertamento rigoroso delle cause e delle responsabilità». Parole dure, severe. Che spostano l’attenzione sull’attività della Procura di Trani, impegnata a fare chiarezza, in tempi brevi, sull’accaduto. Le indagini, affidate al pm Giuseppe Maralfa, si muovono su due direzioni: da un lato condurre accertamenti sullo stato del palazzo crollato e su quello che doveva essere costruito nel vuoto a fianco, dall’altro accertare le condizioni dell’attività del maglificio sottostante. Il procuratore capo, Carlo Maria Capristo, ha tra l’altro confermato la “richiesta di attenzione” da parte del Comune per la palazzina sbriciolata e ha ribadito la necessità di capire come il laboratorio «si trovasse lì, se è tutto in regola, cercando di approfondire il rapporto tra le giovani donne che hanno trovato la morte e il datore di lavoro».  Al momento non risultano persone iscritte nel registro degli indagati, mentre sono iniziati i primi interrogatori dei proprietari degli appartamenti.Capristo ha detto infine che a Barletta «sono state segnalate altre situazioni a rischio su altri palazzi. Ho disposto che si formi una task force per la valutazione di questi immobili nei paraggi dell’area dove è avvenuto il crollo e fuori dalla zona del centro storico. Situazioni a rischio che ci siamo ripromessi di monitorare con attenzione». Gaetano CampioneL'ARCIVESCOVO PICCHIERRI: «QUELLE MANCANZE GRAVI RICHIAMO ALLE COSCIENZE»sul posto della tragedia lunedì pomeriggio quando un giovane mi è venuto incontro, mi ha abbracciato in lacrime e mi ha ripetuto tante volte: non deve morire, non deve morire! Era afflitto perché temeva per la sorte della persona amata rimasta sotto le macerie». Con commozione, monsignor Giovan Battista Pichierri, arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, ricorda le fasi immediatamente successive al crollo del palazzo di Barletta. «Credo che in una circostanza come questa – aggiunge il presule – occorra dare un segnale alle coscienze, un richiamo alle responsabilità a fronte di mancanze gravissime che saranno accertate dalla magistratura. Al tempo stesso – spiega ancora Pichierri –, non possiamo fare a meno di guardare alla speranza; una speranza che poggia sulla preghiera e sull’ascolto della Parola di Dio e che si è fatta solidarietà, soccorso alla vita, aiuto, coraggio, nell’opera delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco ma anche dei tanti volontari, in gran parte giovani, che si sono prodigati per sottrarre alla morte giovani esistenze». Tutta la Chiesa locale si è unita in preghiera subito dopo aver appreso dei fatti di Barletta. Lo stesso arcivescovo ha voluto celebrare la Messa a pochi passi dal luogo dell’evento, nella chiesa dell’Immacolata di Barletta. La consueta processione della festa di San Francesco, inoltre, è stata annullata. «Non ci sono parole umane che possono consolare – precisa il pastore –, specie in una simile circostanza. Specie quando due tecnici comunali visitano la struttura smentendo paure e "allarmismi" proprio poche ore prima del crollo. Ecco perché occorre perseguire le responsabilità; anche per evitare che in futuro casi del genere si ripetano». Vito Salinaro