Attualità

L'intervista. Casini: «Cristiani costretti alle catacombe»

Roberta D'Angelo martedì 29 marzo 2016

ra a Tunisi per la messa di Pasqua del vescovo Antoniazzi il presidente della Commissione esteri del Senato Pier Ferdinando Casini quando c’è stata la strage in Pakistan. «Sono in un Paese dove c’è una certa tolleranza religiosa. Ma se penso ai cristiani della Nigeria o a quelli dell’Africa subsahariana, o a quelli del medioriente, e al Pakistan, penso che oggi siamo in una fase del- Ela storia in cui essere cristiani in gran parte del mondo significa tornare alla logica delle catacombe dell’antica Roma, significa nascondersi. E questo deve far prendere atto alla società occidentale che deve reagire. Penso che tutti dobbiamo fare un po’ un esame di coscienza, perché ce lo dimentichiamo troppe volte».

Che intende per reagire? Siamo una società secolarizzata e utilitaristica, dove alla fine quello che capita al vicino e le notizie delle persecuzioni cristiane che suscitano tanta pietà e indignazione ce le dimentichiamo in 48 ore. Si brucia l’indignazione nello spazio di un mattino. Questo è stato un problema diffuso quando i drammi erano solo lontani da noi. Ma ora che ci si avvicinano? Serve una strategia vera. Ma non là. Bisogna iniziarla a casa nostra. Davanti a decine di milioni di musulmani che vengono in Europa, ammainare i nostri simboli come condizione per una convivenza pacifica è un errore micidiale, storico. Diventiamo noi propagatori di un secolarismo generalizzato. Ma questa è esattamente la direzione opposta che bisogna prendere. Noi dobbiamo accettare la professione di fede degli altri, ma senza dimenticare le nostre radici. Non dobbiamo mimetizzarci qui, perché così diamo una enorme legittimazione alla persecuzione dei cristiani lì. L’Europa la sua scelta laicista l’ha fatta da anni. Sta drammaticamente venendo alla luce l’errore fatto dall’Europa nella Convenzione in cui ebbe paura di menzionare le radici cristiane. Paesi come la Francia e il Belgio che hanno creato il mito della società laicista cercando di sradicare il bisogno di religiosità nelle persone in nome della coesistenza, pagano per primi le conseguenze. Non è tardi? Che si può fare? Oggi dobbiamo affermare una società laica che consente di esprimere la propria professione di fede, stabilendo una priorità pubblica dello Stato. Esiste un valore pubblico delle religioni. E paradossalmente in molte interviste i giovani foreign figthers attaccano i genitori perché assuefatti al relativismo in Europa. La strada è un’altra: stabilire valori assoluti, come dignità della donna, parità dei sessi, rispetto dei minori. Minimi comuni denominatori, su cui innestare la possibilità per ciascuno di professare la propria religione. Una sorta di strategia della prevenzione? Sì, ma senza fare sconti. Dobbiamo avere anche la capacità di ragionare con intelligenza. L’Islam non ha una gerarchia. Bisogna che nelle moschee si parli italiano. Molte di queste sono zone di propagazione della violenza. Ma non si devono neppure vietare, perché si moltiplicherebbe il sommerso in cui il reclutamento sarebbe più facile. Sanzionare gli Stati dove si annidano i terroristi? La politica estera è un insieme di realismo, cinismo e valori. È chiaro che noi dobbiamo difendere i nostri valori. Se si potesse ragionare come Europa si dovrebbero controllare come prima cosa le frontiere, per non erigere muri. Fare una politica di vicinato con i Paesi del Mediterraneo, che sono o un bacino di problemi o una grande opportunità. Aiutare l’agricoltura di questi Paesi fa bene a noi. E dobbiamo coinvolgere al tavolo anche la Russia e stare attenti al Golfo, che sta diventando una palestra. Turchia e Arabia per molto tempo hanno giocato sul Daesh. Mi sembra che in questo contesto la politica del governo italiano abbia una sua coerenza. La missione di Mattarella in Africa è il segno di una sensibilità per un continente per noi cruciale.