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Esecutivo al capolinea. I piani: manovra a dicembre e una lista civica di governatori

Eugenio Fatigante sabato 10 agosto 2019

Ansa

Il governo Conte è ancora formalmente in piedi. Ed è tutto da dimostrare che si arrivi alle elezioni a ottobre, viste le voci su un "arrocco" fra M5s e Pd per ritardare le urne. Nello stesso tempo, però, già è tempo di progetti da pianificare, per la campagna elettorale e per il futuro. Due piani sui quali la Lega, che è il motore primo di questa crisi politica, parte avvantaggiata rispetto ai concorrenti. E - sulla carta - senza temere quello che potrà venire.

A partire dalla legge di Bilancio per il 2020 da almeno 30 miliardi (nella più rosea delle previsioni), sulla cui tempistica tanti allarmi vengono lanciati. «E dove sta il problema? Prima si vota meglio è – confida un autorevole senatore leghista –, ma non sarebbe certo la prima volta che una manovra si fa in extremis. Si può fare a novembre, come a dicembre. Anche l’anno scorso, in fondo, fu quasi del tutto riscritta dopo l’accordo di metà dicembre con la Commissione Ue». Per non parlare del precedente del 2011, quando l’esecutivo "tecnico" di Mario Monti fece, sempre a dicembre, la manovra "salva-Italia".

Peraltro, si ragiona in casa leghista, un governo "di transizione" potrebbe anche far comodo ai disegni di Salvini, perché si potrebbe trovare a dover gestire proprio la fase più delicata, quella di ottobre quando - già entro il 15 del mese - l’esecutivo in carica dovrà in ogni caso trasmettere alla Ue un documento con i grandi numeri della manovra 2020, le misure e gli obiettivi. Questo governo potrebbe trovarsi "costretto" a decidere l’aumento dell’Iva dal prossimo 1° gennaio, misura dolorosa ma che il successivo esecutivo politico potrebbe quindi "scaricare" su di esso, senza accollarsene la piena responsabilità.

Non ci sono però solo i provvedimenti da allestire nel menù che dietro le quinte si sta componendo. Ancor prima viene il "modulo" con cui presentarsi alle elezioni, quando saranno. Sul punto, sabato Salvini e Giorgetti hanno parlato la stessa lingua: «La prima cosa da fare è avere una data del voto, poi parleremo di accordi», ha detto il primo; «Quando saranno indette nuove elezioni, ragioneremo», ha aggiunto il sottosegretario. Dietro l’ufficialità, però, i ragionamenti fervono: si è detto della tentazione di Salvini di "correre da solo" (per provare a fare quella "spallata" che già fu il sogno di Berlusconi), al massimo imbarcando Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia, che non a caso da qualche tempo non parla più di «coalizione di centrodestra», ma di «alleanza sovranista».

Un ulteriore apporto potrebbe venire da un progetto ancora in fase embrionale, ma di cui si parla nei conciliaboli politici: una lista civica appoggiata dai vari governatori di centrodestra in giro per l’Italia. Destinato a federare tutti coloro che non vogliono o non possono diventare leghisti al 100%. Il progetto è cullato, almeno da un paio di mesi, soprattutto da Giovanni Toti, governatore della Liguria, ancora prima della rottura con Fi e della nascita del suo movimento "Cambiamo", ma anche da Nello Musumeci, presidente della Sicilia. Una lista civica nazionale che potrebbe apportare altri voti al blocco salviniano, senza al contempo costituire un problema di omogeneità politica. D’altronde lo stesso Tori ieri ha sottolineato che il leader leghista «può certo correre da solo, ma non è solo un problema di numeri, è anche una questione di sensibilità e di capacità di coinvolgere energie nuove di cui c’è bisogno».