Attualità

Il lungometraggio. La pandemia vista "da dentro"

Laura Badaracchi mercoledì 29 settembre 2021

Raccontare la pandemia dal di dentro, nel cuore di un nosocomio, in una fra le città più colpite nella prima ondata del Covid19. Durante il lockdown dello scorso anno, dal 26 marzo al 4 maggio il regista Michele Aiello e il direttore della fotografia Luca Gennari sono entrati con una telecamera negli Spedali Civili di Brescia, realizzando un documentario quasi in presa diretta, che dà voce agli operatori sanitari, ai pazienti e ai loro familiari. “Io resto”, il titolo del lungometraggio che in 81 minuti condensa le storie che stiamo ancora vivendo, senza retorica né fronzoli.

Perché il dolore non ha etichette e prende mille rivoli: la sofferenza fisica si somma a quella psicologica, all’isolamento forzato, al fatto di comunicare alle famiglie per telefono l’impossibilità di riuscire a salvare il proprio congiunto, all’impotenza dei medici di fronte a peggioramenti inarrestabili, alla stanchezza e allo scoraggiamento. In questo scenario tragico e quasi claustrofobico l’umanità delle relazioni apre uno squarcio di speranza: come le videochiamate con i tablet, in sottofondo il rumore costante dei flussi d’ossigeno, o le battute scherzose per stemperare la tensione. In quei giorni i decessi superavano anche quota 13 mila, come recitava il bollettino quotidiano comunicato in tv, ma il documentario svela quello che i resoconti mediatici non sono riusciti a restituire, con il loro clamore: i dettagli invisibili, come l’infermiere che rade un malato, e i gesti di attenzione nell’avvolgere le salme in un anonimo sacco nero, con l’annuncio da parte del primario di concedere ai parenti un ultimo saluto ai loro cari prima della morte.

Distribuito da Zalab Film, il documentario ha iniziato il suo tour il 23 settembre e sarà proiettato stasera alle 21 al Cinema Massimo di Torino, domani alle 19,30 al Farnese di Roma e al Conca Verde di Bergamo alle 21, fino al 3 ottobre al Nuovo Eden di Brescia. «Dopo un anno e sei mesi dall'accesso all'ospedale, riesco finalmente a restituire ai protagonisti e alla città di Brescia il frutto di un lavoro lungo e intenso – dice il regista, anche co-autore del soggetto e fra i produttori –. Non è un film informativo o scientifico che vuole convincere che il Covid esiste o che vaccinarsi è un dovere: è un film per non dimenticare che delle lavoratrici e dei lavoratori hanno dato l’anima per tenere in piedi il mondo di tutti e il loro mondo interiore. Un film per i tantissimi sopravvissuti che hanno sperimentato un isolamento disumano, fatto di sofferenza, privazione, allucinazioni e profonda resistenza psicofisica. Ed è un film dedicato alle vittime di questa strage e alle loro famiglie, alcune delle quali vedendolo mi hanno ringraziato per averli fatti riavvicinare a qualcosa che avevano solamente potuto immaginare».