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Il testimone. Delpini: la pace è una guarigione. Ora tregua, basta morti, basta bombe

Francesco Ognibene domenica 19 febbraio 2023

Tutta presa a riprendere la sua corsa, bruscamente interrotta dalla pandemia, Milano sembra pensare ad altro, immagine ingigantita dell’Italia. Sembra. Perché l’orrore della guerra è un’ombra che incombe, un’angoscia inconfessata. Un pungolo doloroso nel cuore. A offrire le parole che cerca è chi questo cuore lo conosce bene, perché l’ambrosianità solidale e aperta al mondo è un suo copyright. Per questo la Chiesa di Milano sente il dovere, attraverso il suo arcivescovo, di chiamare tutti a dar voce al bisogno di pace. C’è una Quaresima che tra una settimana – secondo il calendario di Ambrogio – apre il “tempo opportuno” e necessario a tutti i milanesi per invocare la cessazione di violenze inumane. Appena rientrato da un viaggio in Marocco insieme ai preti diocesani con dieci anni di Messa, monsignor Mario Delpini condivide il suo pensiero sul tempo che abbiamo vissuto – un anno di guerra – e quello che ci attende. Nel Maghreb ha trovato la traccia profonda lasciata da Charles de Foucauld e dai monaci di Tibhirine, voci di pace, di dialogo, di accoglienza.

Lei sta chiedendo alla comunità diocesana di vivere la Quaresima come un tempo specialmente dedicato alla pace, invocata nella preghiera e col digiuno, cercata attraverso la conversione personale, condivisa come impegno con l’appello al quale invita ad aderire sul portale diocesano. «Noi vogliamo la pace», scrive: la desideriamo tutti, ma come possiamo costruirla?

Non possiamo rassegnarci alla depressione dell’impotenza perché crediamo in Dio. Non possiamo rassegnarci all’indifferenza perché crediamo nella democrazia. Come sia possibile che persone intelligenti decidano di fare la guerra è un enigma incomprensibile in cui opera lo spirito di Caino. Come sia possibile che si costruisca pazientemente e sapientemente la pace è la speranza di tutti coloro che ritengono che valga la pena di essere uomini e donne. La pace è frutto dello Spirito buono che rende sapienti e forti, capaci di discernimento e intraprendenza. Questo possono fare tutti i credenti e tutti i cittadini: una rivoluzione spirituale. Noi la chiamiamo conversione, la nostra conversione, la conversione di tutti: perciò preghiamo, digiuniamo, pensiamo, parliamo.

Siamo nei giorni che ci riportano all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, un anno fa. Stentavamo a crederci, invece abbiamo già alle spalle dodici mesi di atrocità innominabili. Ci stiamo assuefacendo al peggio? Come restare sensibili al dolore della gente inerme?

Non conosco nessuno che finisca per assuefarsi se si trova davanti a un bambino che piange. Tuttavia, se i media raccontano ogni giorno di migliaia di persone che piangono e muoiono, la gente presto si abitua. Presumo che significhi che siamo fatti per le relazioni personali e non per la comunicazione di massa, che pure ovviamente ha la sua importanza. Le notizie su un popolo, su un insieme di persone indistinte, finiscono per lasciare indifferenti. Se però c’è un mio amico in Congo o in Yemen o in Ucraina, ogni notizia è motivo di trepidazione, di preghiera, di paura. Restiamo sensibili alle persone che amiamo, alle terre che conosciamo.

Il Papa si è speso con decine di appelli accorati, tutti siamo con lui. Ma è come se la sua voce fosse sovrastata dalla retorica bellicista. Come non scoraggiarsi davanti all’apparente inefficacia della sua parola?

Pensiamo a un bambino che ha subìto un trauma e che per fortuna si risveglia: magari non riesce più a parlare o a camminare, deve ricominciare da capo... Quante lacrime, quante preoccupazioni, quali nuvole minacciose incombono sul futuro. Ma il papà e la mamma se ne prendono cura. Deve fare ogni giorno esercizi di logopedia o di fisioterapia. Dei progressi i vicini di casa quasi non si accorgono, ma il papà e la mamma esultano di gioia per ogni sillaba pronunciata correttamente, per ogni minimo movimento recuperato. Progressi minimi, esercizi faticosi, ricadute esasperanti, e riprendere, riprendere ancora. Si scoraggiano forse il papà e la mamma per l’apparente inefficacia delle mille attenzioni e dei faticosi esercizi? Così il Papa, così i credenti: ogni giorno progressi minimi e ricadute clamorose. Eppure, quale gioia per ogni parola nuova di pace che l’umanità traumatizzata impara a dire! E quale gioia per ogni piccolo passo compiuto sulla via della pace! I capi di Stato e i vertici degli organismi internazionali sembrano spesso insensibili alle parole del Papa. Dispiace. Ma forse è necessario pregare che lo Spirito di Dio e le parole del Papa facciano sorgere, come capita ogni tanto nella storia, qualche personalità eminente, saggia, santa, autorevole, all’altezza del suo compito, che la gente possa riconoscere come operatore di pace. Chi sa?

Come si costruisce una “pace giusta”, come ha chiesto più volte Francesco, in uno scenario globale tanto complesso?

La pace è una guarigione, non una nostalgia di una favolosa età dell’oro. La pace è una situazione guarita, non un nuovo inizio, senza memoria e senza ferite. Ogni vicenda trascina un peso tremendo di risentimenti, di rivendicazioni, di diritti da far valere, di prepotenze irragionevoli e indiscutibili imposte dal più forte, subite dal più debole. Come è possibile una “pace giusta”? Più modestamente, se ci sono organismi che ne abbiano le intenzioni e le possibilità, dovrebbero sentirsi spinti a cercare una pace accettabile, una tregua tra le parti in guerra che consenta il tempo e i mezzi per riabilitare i popoli e le autorità, segnati profondamente dal trauma delle guerre. La ragionevolezza deve convincere a decidere: prima di tutto, basta morti! Basta bombe! Basta soldati all’attacco per uccidere e per morire! Una tregua! Poi si può e si deve discutere e trattare e celebrare tutte le sceneggiate immaginabili di veti e di pugni sul tavolo, di dichiarazioni di intenti e di proclami feroci. Però, anzitutto basta morti, basta bombe! Non so come, quando e in che senso si possa arrivare a una pace giusta. Prima di tutto però basta morti, basta bombe!

Appena rialzata dal terribile colpo della pandemia, Milano – come il resto del Paese – si è trovata dentro la tempesta della guerra in Europa, con sentimenti contrastanti: recuperare il terreno perduto, ma con una tragedia sulla porta di casa, e la tentazione di rimuoverla per guardare avanti. Come si possono comporre queste percezioni contrastanti?

La gente di Milano, per quello che io ne posso dire, non è mai indifferente. Preferisce però fare quello che può, invece che sostare nello sconcerto, lasciarsi paralizzare dalle paure, intristirsi nel lamento. Parlo della gente di Milano come se fosse una massa uniforme. In realtà ritrovo tante anime diverse. Forse i bambini sono quelli che rimangono più spaventati. Forse ci si aspetta che i giovani abbiano qualche idea in più e uno sguardo più audace sul presente e sul futuro. Forse gli anziani sono quelli che accumulano troppa desolazione.

La porta di molte comunità e famiglie si è aperta per accogliere i profughi ucraini, mentre tanta gente si è prodigata per portare aiuto, o anche solo contribuire come poteva. Cosa ci ha insegnato questo anno di guerra?

Ci ha mostrato ancora una volta che il mondo sta in piedi e l’umanità continua a vivere sulla Terra perché le donne e gli uomini buoni sono sempre più numerosi, più forti, più coscienziosi di quelli che si lasciano possedere dal male. Io so come sono gli operatori di pace: uomini e donne che amano la vita, gente che si alza ogni mattina come gente che ha una missione da compiere. Hanno fiducia, sono onesti, fanno quel poco che possono con la persuasione che nulla va perduto e tutto serve, si domandano sempre se si possa fare qualche cosa di più. Molti pregano. Non hanno paura per sé stessi, ma vorrebbero lasciare per gli altri un mondo migliore di come l’hanno trovato. Sono operatori di pace, figli di Dio.

Possiamo chiederle la sua preghiera per la pace? Ci aiuti con qualche parola da fare nostra tutti i giorni...

Propongo che la Quaresima sia vissuta come il tempo della conversione, della penitenza, della preghiera per la pace, come intenzione particolare. Da domenica prossima, ogni mattina inviterò coloro che posso raggiungere con i media diocesani a innalzare al Signore invocazioni di pace: nel mondo, nelle comunità, nelle famiglie, nei cuori. Per tutti, poi, l’invito è ad aderire, sempre a partire dalla prima domenica di Quaresima, a un appello per la pace sul portale diocesano: non chiedo però una semplice firma ma un impegno serio e autentico a un gesto di penitenza e di conversione. Ho composto anche il testo di una semplice preghiera per la pace, e vorrei donarlo anche ai lettori di “Avvenire”. «Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre nostro, noi ti preghiamo per confidarti lo strazio della nostra impotenza: vorremmo la pace e assistiamo a tragedie di guerre interminabili! Vieni in aiuto alla nostra debolezza, manda il tuo Spirito di pace in noi, nei potenti della terra, in tutti. Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre nostro, noi ti preghiamo per invocare l’ostinazione nella fiducia: donaci il tuo Spirito di fortezza, perché non vogliamo rassegnarci, non possiamo permettere che il fratello uccida il fratello, che le armi distruggano la terra. Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre nostro, noi ti preghiamo per dichiararci disponibili per ogni percorso, azione, penitenza, parola e sacrificio per la pace. Dona a tutti il tuo Spirito, perché converta i cuori, susciti i santi e convinca uomini e donne a farsi avanti per essere costruttori di pace, figli tuoi.

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