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Intervista. Boldrini: «Più Stato contro la povertà. E un ministro del Lavoro europeo»

Roberta D'Angelo giovedì 19 gennaio 2017

Laura Boldrini (Ansa)

Lo sguardo va di continuo al monitor che trasmette notizie sul terremoto. Sulla scrivania una serie di dati dei rapporti nazionali e internazionali sulla povertà. In agenda, il 31 gennaio, l’appuntamento con Alleanza contro la povertà. La presidente della Camera Laura Boldrini non è sorpresa dai dati che tracciano un’emergenza mondiale, con una crescita esponenziale di cittadini sull’orlo dell’indigenza. Lo è molto di più per i ritardi con cui si muove la politica. In mente ha «il reddito di dignità europeo», prima del quale, però, si attende una risposta italiana.

Presidente, lei immagina una soluzione europea, ma in Italia ancora non c’è un reddito di inclusione.

Questi giorni basta leggere i dati del rapporto Oxfam o del World economic forum. Due osservatori così diversi che convergono su un punto: le disuguaglianze sono diventate anche un problema economico, non solo etico. Io aggiungo che le disuguaglianze stanno diventando anche un’emergenza politica, perché vuol dire che non c’è redistribuzione di ricchezza. Penso che la politica debba correre ai ripari e abbia il dovere (scandisce, ndr) di mettere al centro dell’agenda i temi della disuguaglianza e della povertà. Specialmente la politica di sinistra, perché dovrebbe fare della lotta alla disuguaglianza la sua ragion d’essere.

E non lo ha fatto?

Finora il tema è stato trascurato. Quindi, in questo scampolo di legislatura, sarebbe un errore gravissimo se ci concentrassimo solo sulle questioni, pure importanti, inerenti la vita istituzionale, come la legge elettorale: i bisogni delle persone devono essere prioritari su tutto.

Lei ha visitato molte zone simbolo della povertà in Italia.

È più di un anno che giro nei territori più difficili, da Rosarno a Casal di Principe, così come nelle periferie delle grandi città, dallo Zen a Scampia, a Corviale a Quarto Oggiaro. Lì dove c’è il disagio più grande, ho trovato tanto in termini di risorse umane, tanti movimenti, associazioni, laboratori politici... penso che se veramente vogliamo risolvere i problemi delle persone, dobbiamo fare azione di ascolto e di recupero, ricominciando da queste realtà.

Anche Renzi è appena stato a Scampia.

Mi fa piacere che ci sia andato. Ritengo infatti anche che l’esito del referendum debba indurre i partiti a fare un’analisi accurata, perché vuol dire che in quel No così ampio c’è anche tanta delusione e tanta rabbia, specie al Sud e tra i giovani.

Sono i due nodi critici italiani?

La disuguaglianza nel nostro Paese ha anche il volto territoriale perché al Sud il 46 per cento della popolazione è a rischio povertà, i tassi di scolarizzazione sono più bassi, le aziende hanno chiuso perché è diminuito il potere d’acquisto delle famiglie. Se le famiglie non hanno da spendere il sistema non può funzionare. L’economia di mercato non regge se il capitale è concentrato in poche figure. Se, a livello globale, per arrivare alla ricchezza della metà povera del pianeta l’anno scorso ci volevano i 62 più ricchi del mondo, ora bastano i primi 8. E quanto consumeranno mai questi 8?

Quale risposta politica dare?

Servono programmi specifici per il Meridione, politiche occupazionali, industriali. E mi permetto di dire che in questi casi ci vuole l’intervento pubblico, perché il mercato fa profitto, non ha interesse a occuparsi delle disuguaglianze. È la politica che deve farlo. Che aspettiamo, che lo facciano i gruppi finanziari? Solo dopo un intervento mirato dello Stato seguirà l’investimento privato. L’investimento pubblico fa da volano.

Combattere la povertà non esige anche una politica per la famiglia?

La famiglia in Italia è l’unica rete di salvataggio che è riuscita a far fronte a questi anni difficili. Fa squadra nelle difficoltà. Ma ci deve essere un welfare efficiente. Poco o niente si fa per le famiglie numerose, ma anche per quelle giovani. Oggi abbiamo un serio problema demografico. Bisogna incentivare le nascite, ma non con i bonus, che sono provvisori. Occorre certezza di diritti, oltre a incentivare l’occupazione femminile e i servizi.

La Camera ha approvato una legge contro la povertà, che ora è al Senato: è una prima risposta?

È stato un passaggio importante, certo, ma non è sufficiente. Bisogna mettere più risorse, anche perché l’Italia investe lo 0,1 del Pil in lotta alla povertà. Dovremmo avvicinarci alla media europea dello 0,4 del Pil. Secondo i calcoli della Caritas, per coprire tutto il fabbisogno ci vogliono 7 miliardi. L’Italia non può più essere l’unico Paese dell’Ue dove non c’è una forma di reddito minimo che chiamo 'di dignità'. Anche se sarebbe più indicato un reddito di dignità europeo.

Cosa intende?

L’Europa dovrebbe stanziare per i cittadini più indigenti un reddito di dignità per i momenti più difficili. Questo servirebbe a mantenere uno standard di vita accettabile ma anche a far cambiare la percezione dell’Europa. Ma intanto non possiamo non munirci in Italia di strumenti che pure la Grecia ha introdotto. Servono reti di salvataggio. Se una persona perde il lavoro finisce nella totale indigenza. Io ricevo delegazioni di persone diventate povere dopo aver perso il lavoro. L’articolo 3 della Costituzione ci impone di rimuovere gli ostacoli per il pieno sviluppo delle persone. E per finanziare questi interventi, dobbiamo fare politiche fiscali più progressive...

A marzo sono 60 anni dai Trattati europei. Pensa di farsi promotrice di queste linea?

Sull’Europa ho avviato nel settembre del 2015 una cordata tra presidenti di parlamenti e mi sono fatta promotrice di una Dichiarazione che mette al centro alcuni principi per la crescita e l’occupazione. Bisogna riconsiderare l’architettura europea.

Ha avuto riscontri?

Ho iniziato con 4 firme al documento. Col tempo si sono aggiunti altri 11 presidenti di Parlamenti. Oggi l’Europa si trova in un guado: o andiamo avanti o rischiamo di perdere quanto avevamo conquistato. Per l’anniversario dei Trattati presenterò un documento, frutto di una consultazione pubblica online, che ho promosso per chiedere ai cittadini che Europa vogliono. Sulla base delle risposte, un gruppo di "eurosaggi" sta elaborando il documento. Perché l’Europa si consolidi, penso che avremo bisogno del ministro delle Finanze, ma anche del Lavoro, degli Affari sociali. Oggi il Consiglio europeo ha esautorato le istituzioni europee. Dobbiamo dare ai Parlamenti la centralità del cambiamento. Se no vinceranno i populisti.