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Crisi. Dallo spread in calo ai mercati, fino a Trump: le ragioni dell'appoggio a Conte

Eugenio Fatigante venerdì 30 agosto 2019

Il bollettino del giorno recita toni da festa: spread (la differenza rispetto ai Bund tedeschi) in caduta libera a 167 punti dopo aver toccato anche i 163, Piazza Affari che brinda, rendimenti alla nuova asta del Tesoro sul Btp decennale precipitato sotto l’1 per cento (a 0,96%). Tutto volge al sereno, dopo lunghi mesi nei quali ogni balbettio del governo 5 stelle-Lega veniva accompagnato da impennate dello spread. A condire il tutto arriva la dichiarazione nel segno dell’entusiasmo del tedesco Guenther Oettinger, che senza peli sulla lingua - e solo a una manciata di minuti dal nuovo incarico - ha detto che ora l’Europa «è pronta, se cambiano i toni da Roma, a fare qualsiasi cosa per facilitare il lavoro del governo italiano e per ricompensarlo».

È bastato l’avvio della crisi (che, stando al buon senso comune, dovrebbe moltiplicare i fattori d’incertezza su un Paese) per avviare, invece, una discesa costante degli indicatori che sulle piazze finanziarie accompagnano il nostro Paese: il 7 agosto, quando Salvini dichiarò che «qualcosa si è rotto» dopo la mozione M5s sulla Tav, il differenziale sui tassi veleggiava ancora a quota 205 e i nostri titoli decennali "pagavano" l’1,5% d’interesse sul mercato secondario. La loro flessione, se proseguirà, si tradurrà in un gradito "regalo" per l’esecutivo che verrà in termini di spesa per interessi.

Vien da pensare: ma allora davvero i mercati, il mondo dell’economia "che conta" (quello tante volte messo sotto accusa proprio da M5s), tifano per l’arrivo del Conte-bis, del governo giallo-rosso, e soprattutto per l’allontamento del populista Salvini? E, di conseguenza, è vero dunque che i "poteri forti" possono in qualche modo condizionare ascesa e caduta di un esecutivo - la base della democrazia di un Paese - e quindi del ruolo di una nazione? L’interrogativo ha un che di inquietante, anche se senza dubbio l’alleanza fra M5s e Pd, agli occhi degli investitori, riduce i rischi di Italexit dall’euro e di scontro con Bruxelles. Allo stesso tempo, Salvini non attendeva altro: ieri ha preso spunto da Oettinger per dire che «questo governo nasce a Bruxelles per farmi fuori, sono parole disgustosamente chiare». Si è mantenuto più neutrale Jean-Claude Juncker, il presidente uscente della Commissione, che dopo il riserbo istituzionale tenuto nei giorni scorsi si è lasciato andare inviando i «più sentiti auguri» al professor Conte. Quel che è certo è che, grazie alle nuove condizioni che si stanno configurando, trovare le risorse potrebbe essere meno complicato nell’immediato futuro.

Da un lato per la minor spesa: fino a un mese fa il Tesoro stimava circa 3 miliardi aggiuntivi rispetto alle stime del Def, soldi che ora potrebbero via via tornare in cassa. Dall’altro grazie alla ritrovata flessibilità sui conti pubblici che il governo nascente potrebbe spuntare in Europa con la nuova Commissione di Ursula von der Leyen, che già si era spesa in tal senso nelle scorse settimane.

Gli analisti sono concordi nel far notare che, comunque, al di là della tempistica politica interna il leader della Lega ha sbagliato anche quella del quadro macro-economico: far precipitare un Paese del G7 in una crisi politica dalle prospettive incertissime alle soglie di una potenziale nuova recessione non è il massimo della sagacia. Anche se - va detto - non è che ogni trama sia tessuta da oscuri "gnomi" della finanza, i fattori tecnici generali hanno il loro peso: ai primi di agosto, a esempio, erano già pari a oltre 12mila miliardi di dollari i titoli di debito con rendimento sotto lo zero.

C’è quasi un filo rosso che lega le tappe della crisi: il sito Dagospia ricorda che il 14 agosto, il giorno in cui il Senato decide di mettere in calendario per il 20 il dibattito sulle "comunicazioni" di Conte , è lo stesso in cui il tasso pagato dai titoli a 10 anni del Tesoro Usa scende al di sotto di quello dei titoli a 2 anni, a riprova che la propensione al rischio degli investitori è crollata. Non accadeva dal giugno del 2007, prima dello scoppio della grande crisi sui mutui subprime.

Il 23 agosto, poi, aveva colpito il riferimento esplicito fatto da Jerome Powell, presidente dell’americana Fed, alla «dissoluzione del governo italiano» come "fattore di rischio" per un rallentamento globale dell’economia. Il ragionamento fatto dietro le quinte da alcuni analisti è che proprio i diversificati interessi "sovranisti" hanno portato a divaricare le loro strade: per rivincere le presidenziali Usa del 2020 Donald Trump punta grosso sulla ripresa dell’economia domestica e, quindi, ha bisogno di stabilizzare la crescita riducendo le incertezze presenti che agitano il mondo, Italia inclusa. In questo senso vanno lette le recenti dichiarazioni distensive di Trump verso l’Iran e la Cina. E anche l’insolito tweet dell’altro giorno di appoggio a «Giuseppi Conte».