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Coronavirus. Conte: chiuse tutte le attività non essenziali. Ma non fermiamo il Paese

Eugenio Fatigante sabato 21 marzo 2020

Alle 23 e 25 di un sabato sera, dopo le mosse della Lombardia e il forte pressing dei sindacati, Giuseppe Conte si ripresenta un’altra volta davanti agli italiani, su Fb e in tv: «È la crisi più difficile dal dopoguerra. I morti non sono numeri. Ma lo Stato c’è, è qui». E decide. Ecco allora l’«altro passo», atteso da giorni, rinviato e ora annunciato, che resterà in vigore fino al 3 aprile: «Dobbiamo chiudere sull’intero territorio nazionale ogni azienda non strategica, non indispensabile a garantirci beni e servizi essenziali», al di fuori di questo «consentiremo solo lo svolgimento di lavoro in smart working».

Ma rimarranno aperti tutti i supermercati senza restrizioni - e quindi no alle lunghe file che hanno segnato la giornata, «invito a mantenere la calma, no ad accaparramenti», precisa Conte -, come banche, poste, farmacie e i trasporti, seppur ridotti. «Sono misure severe, rinunce, ma non abbiamo alternative e ci consentiranno di rialzare la testa», rincuora il capo del governo, che poi conclude: «Se dovesse cedere un solo anello di questa catena saremmo esposti a pericoli più grandi, per tutti. Uniti ce la faremo».

È la chiusa di un’altra giornata col cuore in gola, alla luce delle ultime ondate di numeri drammatici, fra aumento dei contagiati e dei morti. E che aveva preso una china decisa più di tre ore prima, quando a rompere gli indugi era stato Attilio Fontana, riaprendo il fronte delle Regioni che anticipano l’esecutivo: «Basta, la situazione non migliora, anzi continua a peggiorare, bisogna agire», ragionava alle 20 il governatore della Lombardia.

Ecco allora la sua firma sotto una nuova ordinanza, in vigore dalla mezzanotte appena trascorsa e fino al 15 aprile, in questo caso, per sospendere ogni attività negli uffici pubblici (tranne i "servizi essenziali"), negli studi professionali e nelle botteghe artigianali, assieme al fermo delle attività per i cantieri e al divieto assoluto di praticare sport all’aperto, anche da soli. E ancora: ammende salate, fino a 5mila euro, per i trasgressori; e termoscanner "raccomandati" per rilevare le temperature corporee in "supermercati, farmacie e luoghi di lavoro".

È un altro sabato scandito da ore febbrili e cadenzato dagli annunci. Il fronte con le Regioni si mantiene "caldo", come nelle ultime 48 ore quando era ripresa la nuova ondata di provvedimenti regionali che rafforzavano e "scavalcavano" le decisioni dell’esecutivo. Le opposizioni pressano sempre e torna a riaprirsi pure il fronte con il mondo produttivo. A una settimana esatta dal protocollo in 13 punti che si proponeva di definire le regole per le fabbriche rimaste in azione, il capitolo viene riaperto con una nuova videoconferenza serale in collegamento con Palazzo Chigi.

Il pressing di tutti va nella stessa direzione: chiudere di più, irrobustire le misure restrittive e, inoltre, uniformare le regole sull’intero territorio nazionale, senza tornare a uno scarto da zona a zona. È un crescendo quasi inarrestabile. Alle 21 è il turno di Alberto Cirio. Sulla scia di Fontana, anche il governatore del Piemonte decide un ulteriore giro di vite: «Chiudiamo tutto quello che è possibile in base ai poteri delle Regioni», dice annunciando una nuova ordinanza. E Confartigianato muove per prima nel mondo delle imprese, chiedendo alle Pmi associate «un sacrificio enorme, ma inevitabile».

Il punto centrale resta sempre quello, attorno al quale tutti girano senza avere il coraggio di fare la prima mossa: serrare tutte le fabbriche, con le eccezioni di quelle alimentari e della farmaceutica. È quello che chiedono i sindacati. I tre segretari generali Maurizio Landini (Cgil), Annamaria Furlan (Cisl) e Carmelo Barbagallo (Uil) hanno assunto ieri l’iniziativa mandando una lettera a Giuseppe Conte. Al presidente del Consiglio è avanzata la richiesta di «valutare la possibile necessità di misure ancor più rigorose di sospensione delle attività non essenziali in questa fase».

Anche Fontana, nella nota diffusa dalla Regione, ricorda che la competenza sulla chiusura delle attività produttive è del governo, ma che le associazioni d’impresa lombarde chiederanno ai propri associati di procedere con le chiusure. Quella dei sindacati è la mossa con cui si chiede di riaprire il confronto sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La conferenza, convocata per le 18 nel format allargato alle imprese, comincia oltre le 19 e dura quasi 2 ore.

Le tre sigle confederali sono compatte e Landini fa filtrare, le parole d’ordine: «Bisogna evitare che la paura diventi rabbia. Chiediamo al governo un atto di responsabilità. Per questo vanno chiuse tutte le attività che non sono necessarie». Il ragionamento del "numero uno" di Corso d’Italia è incalzante: «Ci vuole un provvedimento del governo che indichi le priorità. Anche per dare risposte, certezze, indicazioni a chi lavora. Non tutto è indispensabile. Dobbiamo dare il messaggio che ciò che oggi facciamo è per vincere la guerra contro il Covid-19, ma che abbiamo già in mente il futuro».

Furlan va oltre: «Va definito bene nei servizi quali attività sono indispensabili, questo vale per i trasporti, le tlc, le poste, le banche. Va poi lasciata ai prefetti, nelle zone di maggior contagio, la scelta di misure più restrittive. Abbiamo chiesto anche un fondo di garanzia per garantire la necessaria liquidità alle imprese». Restava da convincere Confindustria, con le opportune garanzie. Ma il «passo» ormai era deciso. E Matteo Salvini, il leader della Lega, nella notte poteva commentare: «Finalmente, dopo troppi giorni persi, ci hanno ascoltato sulle fabbriche chiuse».