Attualità

Il caso. Condanna per chi divulgò le carte su Boffo

Antonio Maria Mira martedì 14 aprile 2015

Fu Francesco Izzo, cancelliere al Casellario giudiziario della Procura di Santa Maria Capua Vetere, la "manina" che il 12 marzo 2009 estrasse illegalmente copia del certificato penale dell'allora direttore di Avvenire, Dino Boffo. Documento che trasformato e stravolto, allegato a una velenosa "velina" falsamente attribuita alle forze dell'ordine, finì il 28 agosto sulla prima pagina de Il Giornale diretto da Vittorio Feltri dando il via a una campagna di fango che portò Boffo a dare le dimissioni come gesto di protesta e di responsabilità e di attaccamento al giornale e alla Chiesa. Ora arriva un primo punto fermo giudiziario su quello che ormai è definito "metodo Boffo" come sinonimo di denigrazione (ma fatti alla mano è più corretto parlare di "metodo Feltri"). Il giudice del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Paola Lombardi, ha infatti condannato l'ex cancelliere a due anni di carcere per il reato di accesso abusivo alla banca dei dati sensibili. Izzo dovrà anche pagare il risarcimento dei danni morali da quantificare in sede civile. Il processo, durato cinque anni dopo che gli atti erano stati trasmessi per competenza dalla procura di Monza che aveva scoperto l'accesso illegale, non è riuscito ad andare oltre le responsabilità di Izzo. Infatti, costui non solo ha negato, malgrado le prove informatiche, di essere entrato illegalmente nel casellario, ma non ha mai rivelato a chi ha trasmesso le notizie prelevate. Né lo ha detto Feltri, l'ex direttore de Il Giornale si è limitato a parlare di un "informatore attendibile, direi insospettabile" che gli aveva portato la copia del certificato penale stravolta da notizie false e infamanti.