Attualità

LA TESTIMONIANZA. «Per poter perdonare ho guardato Cristo in croce»

Dal nostro inviato a Rimini Nello SCavo giovedì 26 agosto 2010
Giuseppe era partito in tuta mimetica. Tornerà dall’Iraq con altri diciotto, avvolti nel tricolore. La guerra, in casa di Margherita, entra poco dopo la colazione, quando il televideo racconta quello che ad ogni preghiera lei scongiurava. A Nasiriyah un camion bomba polverizza due palazzine, quelle dei carabinieri del contingente italiano. «Com’è stato possibile?», domanda Davide Perillo, direttore del mensile Tracce e moderatore di uno degli incontri più affollati del Meeting. «Com’è stato possibile perdonare?». Si, perché nei giorni del lutto, quando la vista dei feretri allineati suscitava rabbia e dolore, Margherita davanti alle telecamere si fece forza con le parole della Scrittura: «Occorre amare i propri nemici», disse. «Umanamente credo che nessuno di noi sia in grado di farlo - risponde Coletta -, è stato Cristo che ha agito nella mia vita. Non so perché abbia scelto me in quel momento».La perdita di Giuseppe avrebbe potuto essere il colpo di grazia, per questa mamma del Sud già provata dalla morte per leucemia di un figlio di sei anni. La voce che ancora trema. Lo sguardo, quegli occhi fermi e scuri, per un po’ si perde nel ricordo di quegli istanti. Certo che sentiva rabbia. Certo che avrebbe voluto guardare in faccia e maledire i carnefici del suo Giuseppe, anche se la prima reazione non è stata quella di chi brama vendetta. Semplicemente, «pensavo all’impossibilità di riabbracciarlo quando tornava a casa fischiettando». È l’immagine semplice e intensa di un amore perduto. Margherita è la “gente” che non ti aspetti, la metafora di una Italia per bene che i media non raccontano, ma che a Rimini si riaffaccia sempre. Nelle ore più buie lei dirà parole che spiazzano. «Quando sono entrate in casa le telecamere, prendere la Bibbia è stato un gesto guidato e quelle parole di duemila anni fa hanno preso vita». Un gesto spontaneo che a lei, dopo, parve perfino fuori posto. «Io stessa mi sono vergognata, forse avrei dovuto solo piangere. Ma dopo ho capito che è giusto condividere quello che Cristo fa nella nostra vita». Dall’esperienza di Margherita è nato un libro, “Il seme di Nassirya”, scritto a quattro mani da Margherita Coletta e dalla giornalista di Avvenire Lucia Bellaspiga. I proventi vengono destinati ad iniziative per l’infanzia in tutto il mondo. «Questo non chiedersi “chi è stato” è la prima radice del perdono”, spiega Bellaspiga alla platea del Meeting. «Cosa c’è dietro tutto questo?», domanda ancora Perillo. “Per farmi forza – racconta ancora Margherita - guardo sempre Cristo sulla croce». Una presenza costante nella vita dei coniugi Coletta, specie dalla malattia del figlio Paolo, portato via dalla leucemia. «All’inizio, con presunzione, pensavo che si sarebbe salvato per le mie preghiere. Ora invece sono certa che Dio mi ha ascoltato, anche se le cose non sono andate come desideravamo». Da quel momento il maresciallo Coletta decide di partire per le missioni all’estero, dove altri bambini avrebbero potuto beneficiare del suo abbraccio.  Mentre la moglie rievoca quelle decisioni, non una parola di condanna le sfugge per chi le ha strappato l’amore di una vita. Non una smorfia di fastidio per i massacratori e i loro mandanti. «Voglio condividere con voi anche questo: io oggi mi sento rifiorita, sono davvero Margherita, non solo la vedova di Giuseppe».