Attualità

CAMPANIA VIOLATA/24. Coletta: «Il nostro bambino ucciso dalla terra dei veleni»

Lucia Bellaspiga domenica 5 agosto 2012
​Oggi Paolo sarebbe un ragazzo di 21 anni. Invece la sua immagine nel cuore di tutti è cristallizzata a quell’ultima foto scattata con il suo papà poco prima della morte, sopraggiunta il 7 giugno 1997, quando ne aveva solo sei. Anche Paolo viveva in Campania, in quella terra che oggi chiamiamo dei veleni o dei roghi, quella in cui il picco di tumori raggiunge percentuali inimmaginabili nel resto d’Italia, e anche lui si è ammalato di leucemia, come troppi bambini di quella zona. Suo padre era il brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Coletta, sei anni dopo ucciso dal tritolo a Nasiriyah insieme ad altri diciannove italiani in missione di pace. Sua madre è Margherita, le cui parole di perdono la sera stessa di quella strage fecero il giro del mondo: «Amate il vostro nemico», lesse dal Vangelo, e all’azione di morte rispose inviando incubatrici all’ospedale pediatrico di Nasiriyah.«Abbiamo voluto che Paolo nascesse ad Avola, nella nostra Sicilia – racconta oggi Margherita – ma purtroppo già a 40 giorni lo abbiamo portato dove Giuseppe era Carabiniere, a nord di Napoli. Ricordo che già allora si parlava dei rifiuti tossici che lì venivano seppelliti e che arrivavano da tutta Italia. Giuseppe dalla caserma tornava spesso con notizie di questo genere, ma restavano voci non seguite dai fatti».Dove vivevate di preciso?Fino al 1996 a Brusciano, poi poco distante, a San Vitaliano, dove mio marito ottenne l’alloggio di servizio (proprio due tra i 12 comuni così inquinati che il pascolo delle pecore è vietato da anni, ma non la coltivazione per gli uomini. Vedi Avvenire di ieri, ndr). Ricordo nitidamente che, poco dopo la morte di Paolo, uscì la notizia di fusti tossici trovati sotto coltivazioni di patate. Alcuni amici, che ho rivisto di recente, se n’erano andati a vivere a Cesena proprio per sfuggire a un ambiente definito assassino. Noi purtroppo eravamo restati lì.Come si è palesato il male di Paolo?Nel dicembre del 1996, sei mesi prima della sua morte, non aveva più appetito, era stanco, sempre madido di sudore. Dieci giorni prima di Natale l’autista dello scuola-bus mi disse che in viaggio aveva rimesso. La pediatra parlò di influenza, ma l’istinto materno ti rende un po’ invadente così io insistevo, non ero tranquilla. Un giorno che stava sdraiato sul letto gli toccai l’addome e sentii un rigonfiamento duro, subito inorridii e pensai a un tumore, ma poi il medico in una clinica privata gli fece la radiografia e mi disse che era solo aria nell’intestino. Il 27 dicembre stavamo partendo per andare a sciare, quando Paolo si sentì così male che corremmo a Napoli, all’ospedale Santobono, dove un chirurgo molto bravo gli toccò l’addome e immediatamente ordinò radiografia, ecografia e tac... La mattina stavamo partendo per la montagna, la sera tornavamo a casa con un tumore. Io e Giuseppe ci guardavamo senza parlare, sembrava di vivere un’altra vita, Paolo tutta la notte ebbe i capelli inzuppati di sudore, Giuseppe stava al computer per cercare notizie, speranze...E ce n’erano di speranze?I medici ci diedero l’80% di possibilità di guarigione, purché i miglioramenti avvenissero entro i primi sei mesi. Ci hanno ricoverato al Policlinico di Napoli presso l’Università Federico II (dico "ci" perché in questi casi è l’intera famiglia che si ammala, tutto crolla, niente più è normale) e Paolo ha reagito bene alle prime chemioterapie, il tumore sembrava regredire, poi però ha preso a stare sempre peggio, anche se non gli ho mai visto uscire una lacrima. Infine ha iniziato a perdere i capelli, allora il suo papà è andato con lui dal barbiere e si sono rasati entrambi per essere uguali. La chemio è stata un calvario, gli iniettavano il farmaco per endovena ma anche nel midollo e allora i dolori erano fortissimi. Io lo accompagnavo sempre tenendogli la mano mentre lo portavano sulla barella, avrei voluto mille volte che la facessero a me. Quando non ce la faceva più, si aggrappava ai miei capelli... dopo si preoccupava per me e chiedeva scusa se mi aveva fatto male. Ricordo che una delle ultime volte gli dissi di pregare Gesù, che così i dolori sarebbe passati, e lui obbedì: chiese ai medici di aspettare un istante, si mise a mani giunte e fece la preghiera a Gesù, «Tu che puoi tutto, fai che non mi fanno male». I medici erano esterrefatti. Erano molto umani, non si sono mai abituati a vedere morire tutti quei bambini.Tutti malati gravi come Paolo?Io non immaginavo che tanti bambini potessero avere il cancro, allora. Con le altre madri si parlava spesso, loro erano della zona e accusavano i rifiuti tossici, l’aria inquinata, il sottosuolo pieno di scorie. Nei sei mesi in cui Paolo restò in ospedale ne morirono dodici: Biagio, due anni e la leucemia, Cristiano 13 anni e un tumore alla guancia che lo aveva deformato; desiderava tanto la granita di limone e gliela facemmo arrivare dalla Sicilia. E poi Michele, e Milena... Dopo la morte di Paolo io e Giuseppe tornammo a lungo in quel reparto a portare giochi o a parlare a quei poveri genitori, e ogni volta c’erano tanti piccoli volti nuovi, che poi non vedevamo più.Come vi lasciò Paolo?Restò lucido fino all’ultimo e sempre sereno. La cosa più assurda è che sull’iride si era creata una patina bianca e lui non vedeva più, così mi chiedeva «mamma, perché non vedo?» e io non sapevo cosa rispondergli. Quando morì, la stanza era affollata di medici e infermieri, ma anche Carabinieri colleghi di Giuseppe. Mio marito lo ha avvolto nel lenzuolo e lo ha preso in braccio, la testolina sulla spalla, e lo ha portato a casa. Oggi sono seppelliti vicini, ad Avola. È a causa della sua morte che Giuseppe ha deciso di partire per le missioni di pace nel mondo: per il nostro bambino non poteva fare più nulla, ma tra guerre e miseria avrebbe potuto salvare tanti altri piccoli, e così ha fatto.In questi dieci anni dalla strage hai raccontato tante volte di tuo marito e hai creato un’associazione che porta aiuti nel mondo, ma di Paolo non avevi mai raccontato. Perché ora?Non è accettabile che ancora oggi, a 15 anni dalla morte di mio figlio, nulla in Campania sia cambiato se non in peggio. Non è possibile restare indifferenti al grido di dolore di quella gente, che attraverso Avvenire sta toccando le nostre coscienze di italiani. Chiunque resti indifferente è connivente con la camorra e, se nessuno farà niente, se tutto resterà così, anche il sacrificio del mio bambino non sarà servito a nulla.