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Crisi di governo. Anche da De Mita un ok: «Ma c'è da lavorare per un vero programma»

Angelo Picariello mercoledì 28 agosto 2019

«L'errore è stato parlare dei nomi, prima dei programmi». Il "ragionamento" di Ciriaco De Mita coglie la patologia e prospetta la terapia, come ama dire lui. E infatti, tolti i veti sul premier, l’accordo M5s-Pd può essere più vicino. A meno che non si torni a litigare sui vice e sui ministri. L’astronauta Paolo Nespoli i politici li manderebbe nello spazio perché da lì - sostiene - le cose umane tornano ad assumere la loro giusta dimensione. Ed è un po’ quel che accade a Nusco, quasi mille metri sul livello del mare, dove il primo cittadino, riconfermato a maggio dai suoi concittadini, osserva le cose della politica con il dovuto distacco. E dove due mesi fa ha fatto il pienone convocando i suoi amici per lanciare un "movimento popolare".

Si è molto parlato di questa intesa giallo-rossa fra "diversi" che evoca un po’ il celebre governo della "non sfiducia" che nel 1976 vide la luce sotto la guida di Giulio Andreotti, grazie alla benevola astensione del Pci. Pierluigi Castagnetti in un tweet domenicale vi aveva fatto esplicito riferimento, ricordando come Berlinguer avesse accettato pur preferendo Moro. Uno sprone al Pd a mettere da parte veti. Anche alla luce degli antichi rapporti fra Castagnetti e l’attuale inquilino del Quirinale, per molti questo intervento potrebbe aver contribuito a rimettere le cose in movimento dentro il Pd.

De Mita, in quel governo, fece il suo esordio come ministro senza portafoglio agli Interventi per il Mezzogiorno. Un governo di minoranza, precario nei numeri, tenuto in piedi dall’astensione dei comunisti (che ottennero la presidenza della Camera per Pietro Ingrao), un governo in grado però di durare ben 591 giorni, fra i più longevi dell’epoca. Ma il paragone per l’ex presidente del Consiglio ed ex segretario della Dc non regge: «Allora c’erano i partiti, oggi non ci sono più». Perché un partito discute, si divide, ma se poi sceglie una linea è quella. Quella formula fragile, che oggi potrebbe apparire persino ambigua, fu in grado di durare quasi due anni. De Mita non fa mistero di guardare con interesse a quest’intesa che si profila fra M5s e Pd. Se questo esecutivo nascesse con la consapevolezza dei suoi limiti, invece che con l’enfasi di grandi proclami, potrebbe aiutare la ricomposizione del rapporto tra cittadini e politica. Ma De Mita avverte: «Ci sarà da lavorare per riportare la politica al centro, per dar vita a un vero e proprio programma di governo».

Che stagione si apre ora? La sua fiducia è soprattutto nel ruolo che Mattarella potrà e saprà esercitare: «Non ho bisogno di ricordare quanto io lo stimi», dice. Fu proprio De Mita a volerlo commissario della Dc in Sicilia, nel 1982, ma oggi si guarda bene dal dargli consigli: «Alla mia età di tutto c’è voglia, meno che di pontificare». Il suo desiderio è solo quello di mettere a disposizione la sua lunga esperienza di vita per aiutare la riflessione su come ricostruire quello che Moro chiamava il volto umano della Repubblica, il «senso della comunità» di cui parla sempre Mattarella. Non ha voglia nemmeno di replicare a Matteo Salvini. Che non lo stimi si sa; di recente gli ha consigliato di farsi da parte e il leader della Lega, ironicamente, si è detto gratificato da questo: «Sono stato con lui nel Parlamento Europeo, ma confesso che non mi ero accorto della sua presenza», dice De Mita.

Il suo auspicio, per il futuro del Paese, è che la gente torni a capire il valore della politica. «Soprattutto le esperienze del cattolicesimo popolare dovrebbero cogliere quanto sia delicato il momento che viviamo. E sentire il dovere di organizzare una presenza autonoma e forte. Alle prossime elezioni ci sarà bisogno di una forza politica che riempia il vuoto di rappresentanza di quella parte di società che aspira al cambiamento, ma rifiuta le avventure».

Perché la democrazia è come una pietra preziosa, ma non è per sempre. «Ho passato una vita nella convinzione che fosse una condizione acquisita». Dall’alto dei suoi 91 anni (e del Comune di cui è sindaco) confessa una brutta sensazione: «Inizio a pensare che sia solo una stagione della storia, la democrazia. Solo il ritorno della politica come passione per la vita della comunità potrà evitarlo. Questo governo durerà solo se tenterà di dare una risposta a questo bisogno».