Attualità

Dopo voto. 5 terreni di confronto alla (difficile) ricerca della maggioranza

Marco Iasevoli sabato 3 marzo 2018

A poche ore dall’apertura delle urne, nonostante Berlusconi e Di Maio annuncino come possibile la «vittoria», lo scenario più probabile resta quello di una ripartizione dei seggi tale da non consentire l’individuazione immediata di un governo e di una maggioranza. Una temuta situazione di caos che potrebbe avere ripercussioni sui mercati finanziari. «La preoccupazione che ho – è l’ammissione del premier Paolo Gentiloni nell'ultimo giorno di campagna elettorale – è che tutta la fatica fatta dagli italiani e dalle imprese possa essere buttata a mare». Parole elettorali, quelle del presidente del Consiglio, che idealmente si uniscono agli appelli al «voto utile» lanciate dal segretario del Pd Matteo Renzi. Ma anche parole istituzionali, perché dalla prospettiva di Palazzo Chigi si colgono di più le preoccupazioni che attraversano e circondano il Paese. La 'confessione' del premier non va dunque collegata solo ad una eventuale affermazione elettorale di Lega e M5S, ma anche a una situazione di stallo del sistema di non facile soluzione. Il «caos» che intravede Gentiloni è, in quota parte, quello che vede anche Berlusconi. Ovviamente entrambi affidano alla propria parte politica il ruolo di antidoto al disordine, ma nelle loro parole si colgono già i segni di tensione che attraverserebbero il Paese in una situazione che non vede sbocchi a portata di mano. L’evocazione del «caos» - implicita nel premier in carica, esplicita nell’ex premier - è da associare all’allontanarsi, a poche ore dalle urne, delle due prospettive che renderebbero quantomeno più lineare, sebbene non scontata, la partita del governo: l’autosufficienza della coalizione di centrodestra; l’affermazione di M5S o Pd sia come primo partito sia come primo gruppo parlamentare. Se non si realizza una di queste due condizioni, si apre, con la regia del Colle, una lunga fase di negoziazione intorno a pochi punti essenziali: i presidenti delle Camere; i conti pubblici; le misure sociali; la legge elettorale.

I presidenti di Camera e Senato come test per le prime convergenze

Il 23 marzo si insediano le Camere per la prima seduta. Un possibile primo punto all’ordine del giorno sono le comunicazioni del presidente del Consiglio circa il regime di proroga del suo esecutivo. Subito dopo, le due Aule debbono svolgere separatamente l’elezione dei rispettivi presidenti. La pratica al Senato si svolge velocemente: nei primi due scrutini serve la maggioranza assoluta dei componenti; nel terzo scrutinio basta la maggioranza assoluta dei partecipanti al voto; dal quarto scrutinio si fa il ballottaggio tra i primi due del precedente turno. Al massimo per il pomeriggio di sabato 24 marzo ci sarà quindi la seconda carica dello Stato.

Più lunghi i tempi per la presidenza di Montecitorio. Dopo un tentativo per coagulare una maggioranza di due terzi del plenum, si prova poi per due volte ad ottenere i due terzi dei votanti. Poi dal quarto turno ci si 'accontenta' della maggioranza assoluta. Le intese che matureranno intorno a queste due fondamentali cariche istituzionali potrebbero essere la premessa di un accordo politico più ampio che riguarda il governo. Si misurerà anche l’effettiva tenuta politica delle coalizioni e dei gruppi parlamentari. Un inedito scenario potrebbe essere quello di maggioranze diverse a sostegno dei presidenti dei due rami del Parlamento. Le consultazioni del Quirinale iniziano dai presidenti di Camera e Senato: la loro elezione è quindi imprescindibile per avviare anche formalmente la partita del governo.

Def nel vortice delle consultazioni con Gentiloni ancora al timone

Entro il 10 aprile il governo deve presentare al Parlamento il Documento di economia e finanza (Def), che 'programma' l’andamento dei conti pubblici 2018-20221 e assume il valore di 'impegno' nei confronti dell’Unione europea. In soldoni, nel Def sono indicati gli obiettivi sul Pil, sul deficit e sul debito pubblico. A meno che dalle urne non esca una maggioranza chiara che consenta l’immediata individuazione di un governo, la consegna del Def alle Camere, a Bruxelles e all’Europarlamento toccherà al governo a trazione Pd guidato da Gentiloni. In questa fase l’atteggiamento delle istituzioni comunitarie potrebbe rappresentare una variabile che incide anche sulle vicende politiche interne. A Gentiloni e Padoan toccherà forse gestire il negoziato con l’Ue per un’eventuale 'manovrina' correttiva, un’ulteriore insidia sulla strada della governabilità. Il rebus è su chi accetterà di licenziare il Def e in che cornice istituzionale: dentro un quadro che si va delineando o dentro una sorta di tregua 'multipartisan' che tiene i conti pubblici al riparo dalla contesa politica. Preservando Gentiloni da un voto di sfiducia alla fine della scorsa legislatura, Mattarella ha creato le condizioni perché l’Italia possa affrontare con autorevolezza e continuità i negoziati con l’Europa.

Una fase di tregua istituzionale. Disponibili sia Gentiloni che Tajani

Lo spettro evocato da Juncker pochi giorni fa, quello di un «governo non operativo», potrebbe far convenire diverse forze politiche, o pezzi di esse, su una tregua istituzionale per rassicurare i mercati e i partner Ue e dare il tempo al Parlamento di lavorare su una nuova legge elettorale. L’utopia del «governo di tutti» potrebbe essere declinata in un più realistico «governo dei diversi». Fi, Pd, centristi, spezzoni di Lega e spezzoni di Leu richiamati al senso di responsabilità dal capo dello Stato, con M5S che non si isola e si siede almeno al tavolo della legge elettorale. Le formule possono essere varie. Una proroga lunga di Gentiloni, con la prospettiva di tornare al voto entro un anno, dopo il varo della manovra 2019. Un più strutturato Gentiloni-bis, con innesti di tecnici d’area, purché il risultato del Pd giustifichi la permanenza di un proprio esponente a Palazzo Chigi. Un governo Tajani, nel caso occorresse legittimare un complessivo successo nel Paese delle forze di centrodestra. Altre soluzioni, che solo il capo dello Stato in questo momento ha nelle mani e nei pensieri. Il filo però è fragilissimo. Possono esserci anche altre combinazioni per la governabilità (M5S-Lega-Leu) che il capo dello Stato non può escludere in via pregiudiziale. Prima di girare la propria carta, il Colle dovrà consentire a tutte le forze politiche di non sentirsi emarginate a priori.

Una nuova legge elettorale, tavolo che M5s deve accettare

In caso di un risultato che non dia a nessuno il diritto di reclamare il mandato del Colle, le prime dichiarazioni di Salvini e Di Maio, c’è da scommetterci, saranno all’insegna del «cambiamo la legge elettorale e torniamo al voto». Per fare questo, bisogna sedersi a un faticoso tavolo di trattativa che almeno da principio non escluda nessuno, dai grandi partiti ai piccoli che riusciranno a superare il 3 per cento sino alle forze che non saranno rappresentate in Parlamento ma potranno essere decisive negli scenari futuri. Gli sherpa dei partiti sono già al lavoro per trovare una nuova 'quadra'. Si parte da un ritocco al Rosatellum con l’inserimento di un premio di maggioranza alla coalizione o alla lista che arriva prima. Si arriva ad azzardare un ritorno di fiamma del secondo turno e del ballottaggio per risolvere in modo più drastico il blocco del tripolarismo. Non si esclude che un pronunciamento della Corte sul Consultellum possa togliere parte degli 'impicci'. Molto inciderà la tenuta dei singoli partiti dopo il voto. Si aprirà una nuova frattura tra renziani e non nel Pd? Con quali conseguenze a cascata su Leu? La corrente dei governatori leghisti si ribellerà a Salvini? Se fallisse l’assalto a Palazzo Chigi di Di Maio, l’ala 'purista' del M5S potrebbe chiedere il ritorno alla prima 'utopia' di Beppe Grillo?

Un pacchetto sociale minimo per il pezzo di Paese che soffre

Chi in veste di partito più votato, chi in veste di partito con il gruppo parlamentare più numeroso, chi in veste di prima coalizione... tutto lascia pensare che ciascun leader si aggrapperà a un pezzo di risultato per rivendicare il diritto di fare una proposta al Paese. Il paradosso è che queste proposte potrebbero essere molto simili nei contenuti. Di Maio ha già detto che vuole lanciare un appello alle altre forze politiche su pochi punti programmatici, mettendo a disposizione i ministri da lui individuati. E tra questi punti, oltre ai tagli ai costi della politica, ci sarà il reddito di cittadinanza, quindi una misura di sostegno sociale agli strati deboli. Renzi e Gentiloni hanno confermato che per la «fase due» della loro azione di governo immaginano un pacchetto incentrato su famiglia e lavoro. Famiglia, lavoro, fisco e sicurezza sono anche al centro dell’agenda di Berlusconi e Salvini. Sul modello Napolitano del 2013, che fece precedere le consultazioni da una fase di studio delle esigenze del Paese, Mattarella potrebbe suggerire una sintesi programmatica che unisce e non divide.