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Intervista. «Non prostratevi al potere mafioso Il mio invito ai calabresi 25 anni fa»

Vito Salinaro venerdì 18 luglio 2014
Eccellenza, parlare di ’ndrangheta, in piazza, nella Locride degli anni ’80, non era proprio come farlo oggi...Ascoltando la domanda, Antonio Ciliberti, 79 anni, calabrese di San Lorenzo del Vallo, oggi arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace, abbozza un sorriso amaro. E torna con la memoria al 1988, anno in cui fu eletto vescovo di Locri-Gerace. «Allora la situazione era molto diversa perché la gente non aveva precisa coscienza di questo male. In maniera succube conviveva con la mafia. Quando arrivai a Locri venni accolto con entusiasmo, ma penetrando in quella realtà avvertii che la gente era timorosa e mostrava una certa "accortezza" nel dialogo con la Chiesa. Molti erano condizionati dalla presenza mafiosa. Questa constatazione mi indusse a cambiare parte dei programmi».Cioè?La pastorale stessa andava cambiata. Non si poteva continuare con la conservazione di una religiosità tradizionale fatta di atti di pietismo e che, in qualche circostanza, sfiorava il confine della superstizione. Occorreva una pastorale di compartecipazione e di corresponsabilità.Da dove siete partiti?Partimmo dalle mamme.Prego?Sì, dalle mamme. Nella pseudocultura mafiosa le mamme sono sì le regine della casa, ma al di fuori di quell’uscio non hanno autorità. Richiamando la sensibilità delle donne, soprattutto delle mamme, ottenemmo una partecipazione alla vita ecclesiale più impegnata che positivamente influenzò gli altri settori della vita familiare. Assistemmo a una sorta di rigenerazione di una realtà deficitaria, che, pur misconosciuta all’Italia, seppe pian piano riscoprire un’autentica volontà di voltare pagina. Ma ci volle tempo. E l’inizio non fu dei più semplici.Ci racconti quell’inizio.Arrivai a Locri e venni subito a sapere della battaglia della signora Angela Casella, mamma di Cesare, rapito a Pavia nel 1988. La donna, poi nota come "mamma coraggio", si incatenò nelle vicinanze di San Luca per sollecitare il rilascio del ragazzo e un più forte coinvolgimento della politica contro i sequestri. Celebrammo una veglia divenuta celebre. In quella circostanza mi rivolsi ai politici e dissi: «Voi non solo dovete accettare i voti che vogliono offrirvi i mafiosi ma, potendolo, dovete anche evitarli; perché una volta eletti con quei metodi, e cioè con i voti delle cosche, diventerete zimbelli nelle loro mani. Si serviranno di voi, vi condizioneranno nelle scelte». E aggiunsi: «Siete pervasi dalla paura. Smettetela di prostrarvi, smettete di gettare garofani quando per le vie dei paesi vengono trasportate le salme dei boss. Nessuno vi costringe a compiere questi gesti di prostrazione, possedete l’onnipotenza della libertà, autodeterminatevi! E smettete di andare nei loro supermercati a rimpinzare le tasche della mafia con il frutto del vostro sudore e della vostra fatica. Isoliamo i mafiosi. Una volta isolati, e senza la tolleranza della comunità, essi, sul piano psicologico, avvertiranno insofferenza. In qualche misura, vedrete, qualcuno tra loro recupererà la bontà di una vita nuova». Ecco cosa dissi.Cosa successe dopo quelle parole?Ricordo una cosa bellissima e singolare. Quando a Locri si andò a votare per il nuovo consiglio comunale, la gente scelse ben 16 consiglieri di ispirazione cristiana impegnati per la legalità. Quelle elezioni divennero un simbolo di riscatto nazionale.E la ’ndrangheta? Reagì?La ’ndrangheta si sentì affrontata in modo diretto. Reagì immediatamente, aprendo il fuoco, di notte, contro il palazzo vescovile. Mi fu assegnata una scorta continua per 24 mesi. Non volevo pubblicizzare l’episodio dei proiettili esplosi contro l’episcopio perché amplificando le azioni di mafia spesso si fa il gioco della mafia. Ma la stampa seppe lo stesso. Arrivarono a Locri ministri e segretari di tutti i partiti. Mi sentii in imbarazzo. Ma ciò che più contava era che ormai la nuova pastorale era tracciata.Ma la reazione mafiosa non finì lì…Pur scortato, ho subito molte intimidazioni e minacce. Per esempio, ero solito ritrovare bossoli di arma da fuoco nel cortile dell’episcopio, accanto alla mia auto.Stavate sfidando il potere della ’ndrangheta...Beh, in realtà affrontavamo anche altre "usanze" e tradizioni deleterie non unicamente volute dalla ’ndrangheta.Ci aiuti a capire.Nel 1991, in gennaio, stavamo celebrando la Giornata della Pace. Mentre eravamo nel teatro dei Salesiani, a Locri, mi fu sussurrato: «Nella piazza del tribunale si stanno vendendo all’asta le armi confiscate alla mafia». Fermai il convegno per protestare. Se avessi saputo avrei raccolto i soldi necessari per acquistare le armi, sottrarle alla ’ndrangheta per poi bruciarle. Accadeva una cosa assurda. Le armi delle mafie recuperate dopo tanto lavoro delle forze dell’ordine, tornavano nelle mani dei mafiosi stessi attraverso emissari inviati a riacquistarle: nessun altro infatti, che non fosse riconducibile alle cosche, osava comprare quelle armi. Ci opponemmo con ogni forza. Da quel momento in Italia simili aste sono scomparse.La ’ndrangheta come la prese?Mise fuoco al teatro dei Salesiani ma non riuscirono a distruggerlo. Minarono la speranza, ma non la vinsero. Come quando uccisero un sacerdote, don Giuseppe Giovinazzo, parroco a Locri, che collaborava nel famoso santuario di Polsi. Fu eliminato perché testimone di fatti legati ai sequestri di persona. Ma più che le parole di condanna, ai clan infastidivano quelle che invitavano alla conversione. Tanti ragazzi volevano uscire dalla ’ndrangheta ma questo è impossibile perché secondo la pseudocultura mafiosa chi decide di uscire implicitamente esprime un giudizio, se non una condanna. E la ’ndrangheta non accetta di essere giudicata né condannata. L’elemento che prevale è sempre la vendetta per colui che esprime questa scelta; vendetta che, prima o poi, inesorabilmente deve scattare.E oggi? Come valuta il cammino della Chiesa in Calabria?Se prima nella comunità ecclesiale c’era una partecipazione, magari sotto l’aspetto della consistenza numerica, più ricca, oggi c’è maggiore qualità. I cristiani hanno più coscienza e con maggiore libertà partecipano sapendo che quella partecipazione fonda su valori che vanno incarnandosi nell’esperienza esistenziale. Sono fiducioso per il futuro.Andò via da Locri presto. Dopo soli 4 anni fu promosso alla sede arcivescovile di Matera-Irsina…Non conta il numero degli anni ma come sono stati vissuti. Mi furono di conforto le parole del mio successore, Giancarlo Maria Bregantini, (oggi arcivescovo di Campobasso-Boiano, ndr): «Lei ha tracciato un solco profondo - mi disse –, su quello cammineremo noi».