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Intervista con monsignor Stefano Russo. «Chiese e giovani, così si riparte»

Mimmo Muolo sabato 15 giugno 2019

Prima l’incontro dei vescovi delle zone terremotate con il premier Giuseppe Conte (lo scorso 3 giugno), domani il Papa a Camerino. Per le popolazioni del Centro Italia è un periodo di rinnovata speranza. E monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei (che fino al 27 aprile era il vescovo di Fabriano-Matelica, altra zona colpita dal sisma) conferma: «Procedono i contatti con coloro che a livello statale sono chiamati a emanare delle ordinanze. L’incontro con il presidente Conte è stato importante, ma dal punto di vista del lavoro la ricostruzione delle Chiese non è ancora partita. Speriamo che questo incontro possa favorire l’emissione di una ordinanza in tempi molto rapidi». Alla vigilia dell’arrivo del Pontefice nella diocesi marchigiana (terza tappa in zone terremotate, dopo quelle ad Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e Norcia, il 4 ottobre 2016, e a Carpi e Mirandola, il 2 aprile 2017), il presule fa il punto della ricostruzione, soprattutto in riferimento alle chiese del centro Italia.

A che punto siamo?
Attendiamo un provvedimento che dovrebbe riguardare 600 chiese, per un piano di interventi di oltre 300 milioni di euro, esteso alle quattro regioni colpite dal terremoto e al territorio di 26 diocesi. Per il 60 per cento si tratta però di chiese delle Marche in quanto questa è la zona più colpita dal sisma.

Dopo l’incontro con Conte ci sono stati sviluppi?
C’è stato mercoledì scorso un incontro presso la struttura commissariale a Rieti. Siamo ancora nella fase della definizione dei documenti, che speriamo possa chiudersi il prima possibile per avviare i lavori. Da parte nostra c’è la piena disponibilità a corrispondere alle indicazioni che provengono dalla struttura commissariale governativa.

Quante sono in tutto le chiese danneggiate?
Complessivamente circa tremila. Non tutte si possono ricostruire contemporaneamente e perciò partiamo con queste 600 scelte per l’aspetto pastorale (onde mettere a disposizione delle comunità luoghi di culto importanti) e per quello storico-artistico, dunque edifici di particolare valore.

Perché, insieme con le case, è importante ricostruire anche le chiese?
A chiedercelo sono i sindaci e le stesse popolazioni. Perché in queste zone dell’Appennino centrale fatte di tanti piccoli l’edificio chiesa ha che fare con la vita di tutti, indipendentemente dall’appartenenza di fede. Le chiese sono anche un luogo di aggregazione sociale. E perciò ricostruirle significa ricostruire anche l’anima della gente, ravvivare la speranza di restare sul territorio, evitando il pericolo dello spopolamento.

L’arrivo del Papa, da questo punto di vista, è un grande incoraggiamento.
Non c’è dubbio che sia un gesto di straordinaria attenzione. Ancora una volta costatiamo che Francesco fa quello che dice. Quando ci invita ad essere una Chiesa prossima a situazioni di indigenza e di difficiltà, è poi lui il primo a dare l’esempio. Con queste visite da un lato esprime la sua vicinanza a popolazioni che si trovano in difficoltà da punto di vista, sociale economico e abitativo, dall’altro riacende i riflettori su un determinato problema.

C’è un tratto distintivo di questa visita rispetto a quelle in altre zone colpite dal sisma?
Mi colpisce la scelta della diocesi di Camerino, sede universitria, con una presenza straordinaria di giovani. Siamo in pratica all’indomani del Sinodo e della Gmg di Panama e perciò ci vedo anche un messaggio. Fare in modo che non si perda il carattere particolare di questi luoghi, in cui vivono persone laboriose, dalla profonda religiosità e dal sincero attaccamento alla loro terra. Occorre dunque favorire la permanenza dei giovani, per garantire un futuro. Che possano trovare un lavoro, sposarsi, avere dei figli e partecipare alla ricostruzione. In tal modo il post-terremoto da problema diventerà un’opportunità di sviluppo.