Attualità

Lettere a Mattarella dal Paese reale. «Caro presidente». Il Paese scrive al Colle

Arturo Celletti mercoledì 30 dicembre 2015
«Sono un bambino di undici anni, mi chiamo Andrea...». Sulla scrivania del capo dello Stato c’è una lettera diversa da tutte le altre. È scritta a penna su un foglio a righe. I toni sono confidenziali. «Sin da piccolo avrei voluto incontrare una persona importante come Lei. Per parlare dell’Italia e delle leggi. E per farle qualche domanda». Sono solo venti righe. Spontanee. Chiare. Venti righe con le quali un ragazzino di prima media solleva una grande questione: il diritto alla cittadinanza per i figli degli immigrati. «Perché i bambini della mia scuola che sono nati da genitori stranieri e a volte parlano meglio di me, che sono miei amici e hanno voti più belli dei miei, non possono essere italiani?». Andrea non chiede altro. Saluta solo il Presidente come fa un bambino di undici anni: ciao. Nelle lettere private che arrivano sulla scrivania dell’inquilino del Quirinale ci sono i sogni e le speranze di un’Italia normale. Un’Italia fiduciosa, ma anche esigente. «Quando una persona come Lei viene scelta si riaccendono molte speranze smarrite, speranze di Giustizia, di Verità, di Futuro. Ma in un tg dell’ora di pranzo mi è toccato sentire anche da Lei una descrizione del problema lavoro come emergenza soprattutto giovanile». Pasquale ha cinquant’anni. Rischia di restare disoccupato. E ora si rivolge direttamente a Mattarella, confessando il disappunto nel vedere l’emergenza occupazione raccontata così, come fosse quasi un problema solo per gli under 30. Pasquale dice di provare una «fortissima sensazione di esclusione dal "contratto sociale"». E si sfoga così in questa lettera arrivata al Colle: «Continuo a scegliere di fare la cosa giusta piuttosto che la cosa più conveniente in una terra così "difficile" ma, per un momento, vengo assalito dal sospetto che non ne valga la pena e che lo Stato da noi non ci sia». E ancora. «Penso che la disoccupazione sia una tragedia e non ammetta aggettivi. Che - come scriveva Giorgio La Pira (il sindaco "santo" di Firenze negli anni Cinquanta-Sessanta, ndr) – sia "disastramento" materiale e spirituale di una persona. Io sono immerso in questo disastramento. A fine mese il mio contratto scadrà e non sarà rinnovato. Non so che cosa farò, chiedo solo al mio Presidente di ricordarsi nel suo discorso anche di quelli come me». Il dramma disoccupazione scuote il Paese. Giorgia racconta al capo dello Stato una storia diversa. Lei, una ragazza italiana di 15 anni da settembre 2013 è in Francia perché la sua famiglia non vedeva più un futuro. È una email "arrabbiata". Giorgia ha sofferto. E ora descrive gli italiani come «arresi e rassegnati a vivere in un contesto di disordine e con sempre meno speranza in un futuro di cambiamento». C’è rabbia in lei, ma non rassegnazione. «Vorrei che tutto ciò cambiasse. Penso che noi giovani non dovremmo pagare le colpe di chi negli anni precedenti ci ha privato di diritti come studio e lavoro». Le parole della gente comune spiegano più delle analisi. Mattarella stasera parlerà anche di lavoro. E forse lo farà riflettendo sulle storie di Pasquale e Giorgia. Metterà in fila sfide complicate e obiettivi irrinunciabili. Lo farà pensando a quegli italiani che non sono nati in Italia ma che all’Italia vogliono bene come Sonia. «Sono nata in un paesino dell’Albania e a soli 16 anni i miei hanno scelto mio marito che mi ha portato in Italia quando ne avevo 18. È stato un vero inferno, sono una di quelle donne di cui ogni sera sentiamo i nomi sui giornali, ma sono viva grazie ai servizi sociali, alla chiesa e a tanti bravi italiani che con un sorriso e una stretta di mano hanno asciugato le miei lacrime». Sonia non spiega i suoi anni duri, preferisce raccontare il suo presente bello e scrivere al capo dello Stato per ringraziare tutti gli italiani. «Devo moltissimo all’Italia, mi emoziono quando sento l’inno di Mameli. In quelle sere buie quando dormivo fuori scalza e affamata nelle strade di Terni avevo tanto sognato di laurearmi. Ce l’ho fatta, dovrei laurearmi a novembre nella mia amata città di Torino. Sono una brava cittadina e spero di meritarmi tutto ciò. Se può, presidente, faccia una preghierina per me: vorrei tanto fare una bella figura quel giorno». Le storie si accavallano. Le emergenze si legano: occupazione a sanità. Silvia è la moglie di un disabile grave. «Siamo persone invisibili che ogni giorno portiamo enormi carichi di fatica, dolore, responsabilità e che spesso con il nostro amore superiamo le mancanze di questa nostra bella Italia...». Non è però uno sfogo. «Oggi non voglio parlare di carenze, voglio solo dire grazie. Ai medici e agli infermieri che ci ascoltano, ci accolgono, ci aiutano. Grazie a chi tra gli autisti dei bus cittadini aprono la pedana per la carrozzina senza bisogno di chiedere. Grazie a chi non parcheggia negli spazi dei disabili. Grazie a chi capisce che i permessi per la legge 104 non sono un privilegio. Grazie a tutti i maestri e le maestre che ai piccoli cittadini di domani insegnano oggi che ogni persona è importante. Non importa se sana o malata. Ogni persona è unicamente abile e va accolta ed amata. Sempre». Anche Silvia si rivolge direttamente a Mattarella: «Si ricordi di noi parenti di disabili. Siamo invisibili ma siamo tanti. Siamo un po’ acciaccati per la fatica, le preoccupazioni e le tante ore di sonno perse, ma siamo anche noi un pezzo della nostra bellissima Italia».