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Salvataggio. Catania, sbarcati 421 migranti (98 minori); addosso i segni della tortura

Redazione Interni lunedì 27 novembre 2017

È arrivata a Catania nave Aquarius, di Sos Mediterranée e personale di Medici senza frontiere, con a bordo 421 migranti, compresi 98 minorenni, soccorsi nel Mar Mediterraneo. All'ingresso nel porto e dopo l'attracco i «passeggeri», soprattutto le donne, hanno intonato un canto di felicità e ringraziamento. Ieri sera, quando la nave era a 15 miglia dalla costa, è intervenuta una motovedetta della guardia costiera di Siracusa che ha evacuato e trasferito d'urgenza un bimbo di 3 anni, eritreo, che aveva convulsioni e crisi respiratorie. Con lui sono stati portati a terra anche la madre e un fratellino. Il bambino ha ricevuto le prime cure all'ospedale Umberto I, ma è stato subito dopo trasferito alla rianimazione pediatrica di un nosocomio di Messina.

Segni di violenza, malnutrizione e stanchezza estrema

Molti dei migranti tratti in salvo, riferisce la ong in una nota, «mostrano le cicatrici della violenza, segni di malnutrizione, disidratazione e di stanchezza estrema. Una donna incinta di nove mesi, che ha avvertito le prime contrazioni a bordo dell`imbarcazione di legno, è stata affidata alle cure dell'ostetrica di Msf a bordo della nave».

Mesi di prigionia in Libia

Secondo le testimonianze raccolte a bordo dai volontari di Sos Mediterranee, i sopravvissuti soccorsi sabato facevano parte di uno stesso gruppo detenuto per diversi mesi a Sabratha, poi di recente trasferito a Bani Walid, conosciuto per essere un centro nevralgico del traffico di esseri umani in Libia. «Eravamo tutti nella stessa prigione a Sabratha. Un mese fa, a causa della guerra, siamo stati separati in gruppi di 20 persone, caricati su dei furgoni e trasferiti a Bani Walid e poi ammassati in un`altra prigione dove abbiamo trascorso un mese. Ieri (venerdì: il giorno prima del soccorso, ndr) siamo stati trasferiti in un altro posto, una spiaggia dove siamo stati costretti ad aspettare in pieno sole, senza né acqua né cibo. L`imbarcazione ha lasciato la Libia attorno alle 6 del mattino», ha raccontato un ventiseienne eritreo.

«Picchiati con cavi elettrici»

«Nelle prigioni venivamo picchiati con cavi elettrici. I libici non hanno umanità. Tutti noi eravamo proprietà dello stesso uomo, «the boss», l`intero gruppo. Altre 600 persone appartenevano a un altro boss. Nessuno paga lo stesso prezzo per il viaggio in mare. Alcuni hanno pagato mille dollari mentre un altro mi ha detto di averne pagati 6mila», ha aggiunto lo stesso testimone.