Attualità

Caso camici. Fontana parla in Consiglio: «Qui per voltare pagina»

Davide Re lunedì 27 luglio 2020

Come quando si toglie il tappo a una vasca piena d’acqua, che in breve se ne va via tutta. Una fornitura poco limpida di materiale sanitario durante l’emergenza Coronavirus rischia seriamente di mettere in crisi in poco tempo Regione Lombardia e di riflesso il potere leghista lombardocentrico di Matteo Salvini.

Già, perché l’iscrizione nel registro degli indagati dell’inchiesta 'Camici' del governatore lombardo Attilio Fontana (a cui è contestato il reato di frode in pubblica fornitura) di ora in ora tra chiarimenti e nuove rivelazioni rischia di far perdere non poco credito alla giunta impegnata da settimane nell’emergenza Covid.

Ieri in Consiglio regionale, Fontana ha difeso con forza il suo operato e quello dell’ente che amministra, mentre Pd e Movimento Cinque Stelle hanno in preparazione contro di lui una mozione di sfiducia. In Aula il presidente della Lombardia ha ricostruito la vicenda della fornitura-donazione di camici alla Regione da parte della società Dama, gestita da suo cognato Andrea Dini (pure lui indagato) e di cui sua moglie detiene il 10% delle quote, («ritenevo la cosa legittima ma nello stesso tempo non bella per cui ho ritenuto di darle un’impronta diversa», ha detto Fontana), ma diversi elementi non sembrano combaciare secondo i magistrati, come per esempio alcune date.

Filippo Bongiovanni (indagato anche lui), il dg dimissionario di Aria, la centrale acquisiti della Regione Lombardia, avrebbe comunicato alla segreteria di Attilio Fontana, coordinata dall’ex compagna di Matteo Salvini, l’avvocato Giulia Martinelli, già il 10 maggio scorso che esisteva un contratto con Dama. Viceversa, ieri il governatore in Aula ha dichiarato di essere stato informato il 12 maggio. «L’aspetto che la Procura non apprezza è il mancato completamento della fornitura dei camici, ma chi non ha rispettato il contratto è stato il cognato di Fontana», ha spiegato Jacopo Pensa, difensore di Fontana al termine di quello che lui ha definito «un ampio scambio di vedute con i pm». Tra l’altro ora tra Fontana e Dini ci sarebbero tensioni. Oltre ad aver ripetuto un paio di volte che «il reato è molto fumoso» e che «abbiamo dubbi» sulla ricostruzione fatta, il legale ha precisato che sta preparando la linea difensiva che ricalca quella del discorso del governatore in consiglio regionale. Una linea che troverà i riscontri, ha proseguito, con le carte che verranno depositate ai magistrati per settembre «e se non saranno sufficienti valuteremo un eventuale interrogatorio di Fontana».

1 Lʼaccusa a Fontana
Il governatore lombardo Attilio Fontana è indagato dalla Procura di Milano per frode in pubbliche forniture. L’inchiesta riguarda la fornitura da mezzo milione di euro di camici e altri dispositivi di protezione da parte della società Dama spa gestita dal cognato Andrea Dini e di cui la moglie del presidente della Lombardia, Roberta Dini, detiene una quota del 10%.

2 Lʼacquisto mutato in donazione
In una puntata dell’8 giugno la trasmissione 'Report' dà notizia che Dama ha ricevuto da Aria, la società deputata agli acquisti della Regione, la richiesta della fornitura. L’acquisito sarebbe stato sottoscritto il 16 aprile. Ma a maggio Dini spiega di «non aver mai preso un euro da Aria», perché accortosi della cosa aveva detto ai suoi «che doveva essere una donazione».

3 Il tentativo di bonifico
Il 19 maggio, secondo l’accusa, Fontana cerca di fare un bonifico alla Dama per 250mila euro, cioè gran parte del mancato profitto al quale il cognato sarebbe andato incontro tramutando in donazione la vendita dei 75.000 camici.

4 Le indagini della Procura
La Procura di Milano apre un fascicolo il giorno stesso della trasmissione di Report senza ipotesi di reato né indagati. Fontana viene iscritto nel registro degli indagati e il 24 luglio dice di averlo appreso dai giornali.

Poi c’è il nodo a titolo di risarcimento per il mancato affare, da fornitura a donazione, fatto dal presidente della Lombardia, al cognato. Un bonifico da 250mila inviato ma poi bloccato dalla fiduciaria di Fontana in quanto sospetto e partito da una banca in Svizzera. Pensa ha ribadito che il presidente ha agito «in buona fede» per «evitare malignità. Quanto mai l’ha fatto, – ha proseguito il legale – , gli si è ritorto contro». E mentre inquirenti e investigatori hanno anche acceso un faro sui conti svizzeri dove sono depositati 5,3 milioni - soldi 'scudati' nel 2015 provenienti da due trust aperti uno nel 1997 e uno nel 2005 alle Bahamas - per capire se si tratta davvero dell’eredità lasciata dalla madre al governatore e di risorse, da cui avrebbe prelevato i 250mila euro 'tracciati', l’indagine ha portato a galla un’altra anomalia.

Non risulta infatti ci sia mai stato un atto formale della Regione Lombardia che ha trasformato la fornitura di 75mila camici in donazione. Per tanto formalmente sarebbe ancora in essere quell’ordine senza gara che prevede la consegna di 75mila camici. Invece ne sono stati donati e consegnati circa 50 mila, mentre i restanti 25 mila, che nessuno di Aria ha mai rivendicato nonostante il contratto non fosse stato ottemperato, Dini avrebbe tentato di rivenderli a 9 euro l’uno a una Rsa del Varesotto. Insomma la vicenda giudiziaria è tutt’altro che conclusa ma è anzi ancora molto fluida da un punto di vista investigativo. Nel suo intevento in Aula, di oltre un’ora, Fontana ha voluto rispondere, secondo lui, alle troppe «false ricostruzioni. Non posso tollerare che si dubiti dell’integrità mia e della mia famiglia. Non so come andrà a finire ma sicuramente io continuerò, l’unica certezza è quella».