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Rapporto povertà. La Caritas: troppi bambini e lavoratori sotto la linea della dignità

Paolo Lambruschi giovedì 16 novembre 2023

Viaggio nell'Italia in crescita costante, quella precipitata sul fondo. Quella che deve scegliere ogni giorno se mangiare o curarsi, che senza la Caritas non può garantire ai figli un pasto dignitoso e gli abiti. Che non ha studiato ed è condannata a una vita di scarto e ottiene solo lavori precari e sottopagati e si mette in fila in mense, empori solidali e centri di ascolto anche se ha un impiego, che non basta più per vivere dopo la pandemia, le guerre e l'inflazione.

E' quel “fiume straripante” nelle città nell'indifferenza generale di cui parla il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale dei poveri. Il rapporto di Caritas italiana “Tutto da perdere”, presentato stamane a Roma, racconta - anche con dati raccolti sul campo - storie dimenticate e terribilmente comuni. Lo studio dell'organismo pastorale promosso dalla Cei parte dai dati Istat che confermano l’impoverimento post Covid. Dal 2021 al 2022 sappiamo che gli italiani che sopravvivono sotto uno standard dignitoso sono passati da 5 milioni 316 mila a 5 milioni 673 mila, oltre due milioni di famiglie molte con figli piccoli, con un aumento dell’incidenza sulla popolazione dal 9,1 al 9,7%. Peggiora chi viveva già in una condizione incerta e precaria - “i poveri si fanno sempre più poveri” - e il rischio povertà tocca 14 milioni di connazionali.

Centri di ascolto Le anomalie italiane vengono poi confermate dai sensori territoriali dei centri di ascolto Caritas parrocchiali e diocesani che rilevano tanti nuovi indigenti (il 45% del totale) e denunciano in particolare l’aumento dei lavoratori poveri, precari o sottopagati, provenienti in prevalenza da famiglie con basso livello di istruzione e rassegnati a non poter risalire dal fondo. Secondo l’indicatore specifico dell’Istat, su un totale di 23,3 milioni di occupati oggi ne risultano a rischio povertà circa 2,7 milioni.

Working poor Il 22% degli assistiti della Caritas è dunque oggi un lavoratore sfruttato o sottopagato, per due terzi anche da cinque anni. Tra le cause, oltre al basso livello di scolarità, lo sfruttamento ad esempio nella grande distribuzione, che impone spesso contratti part time turni indefiniti che limitano la possibilità di trovare un secondo lavoro, l’utilizzo improprio di tirocini per i giovanissimi, le finte partite iva. Il sommerso prevale nel settore domestico. Due su tre tra gli intervistati hanno cominciato a lavorare da minorenni senza completare gli studi.

Povertà minorile ed ereditaria Altra anomalia italiana denunciata dalla Caritas - non è una novità - lo scandalo della povertà assoluta – economica ed educativa - di quasi un milione e 269 mila minori. In un paese bloccato, il titolo di studio dei genitori condiziona fortemente la probabilità di trasmettere la povertà ai figli, la famiglia di provenienza resta determinante per il futuro. In Italia, ad esempio, solo l’8% dei giovani-adulti con genitori che non hanno completato la scuola secondaria superiore ottiene un diploma universitario. La media Ocse è del 22%.

Gli assistiti La rete Caritas, che conta 84.248 volontari, secondo l’indagine, ha aiutato e sostenuto in tutto 256mila persone nel 2022, dato sottostimato perché esclude le parrocchie non collegate. Rispetto al 2021, il numero degli assistiti è cresciuto del 12% sia per l’accoglienza dei profughi ucraini che per la crisi economica. La maggioranza degli assistiti sono stranieri (59,6%), con punte del 68,6% e del 66,4% nel Nord-Ovest e Nord-Est. Sud e Isole vedono invece prevalere le richieste di aiuto di italiani. Il 56% degli immigrati sono coniugati, mentre i cittadini italiani sembrano dividersi tra sposati (31,6%), celibi e nubili (30,2%) e separati o divorziati (23,5%). Sono 85.349 le famiglie con figli minori che si sono rivolte ai centri Caritas, spesso guidate da donne giovani perlopiù coniugate. Chiara la correlazione tra fragilità economica e bassa scolarizzazione degli adulti di riferimento, che nel 66% dei casi hanno un titolo di studio pari alla vecchia licenza media. E nei cittadini italiani il dato sale addirittura al 75,6%.