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Indagine. Cambiamento del clima? Pochi lo negano. E metà degli europei: è colpa nostra

Leonardo Becchetti giovedì 27 luglio 2023

Un elicottero in azione contro le fiamme che stanno distruggendo un bosco

Gli eventi estremi di questi giorni che hanno spezzato in due l’Italia hanno posto al centro del dibattito la questione del clima. Navigando tra i talk show e i social media rischiamo di avere una impressione statistica distorta ed è dunque opportuno guardare i risultati delle indagini sulle opinioni delle persone in carne ed ossa che non sono solo gli invitati ai dibattiti o peggio finti account sui social media.

Un dato storico interessante è quello della European Social Survey che negli ultimi 20 anni si è sviluppata nell’arco di 10 indagini su campioni rappresentativi della popolazione di 33 paesi europei raccogliendo circa 74mila risposte alla domanda sul clima.

Il primo elemento importante è quello su coloro che non credono che il cambiamento climatico sia in corso, una percentuale che si è attestata in media in questi anni sotto l’un percento arrivando al 2 percento se aggiungiamo quelli che non sanno rispondere.

Il secondo è quello su coloro che credono che il cambiamento sia in corso ma non dipenda dall’azione dell’uomo o abbia prevalentemente cause naturali (8 percento circa). Per il 43 percento degli intervistati il fattore umano e quello naturale hanno pari importanza, mentre per il 45 percento circa il fattore umano è prevalente.

L’indagine è stata ripetuta per alcuni paesi lo scorso anno da uno studio riportato dalla Fondazione Secondo Welfare con risultati che appaiono tutto sommato simili. Una percentuale tra l’uno e il 3 percento, a seconda dei paesi, che nega il cambiamento climatico e circa il 10 percento che pensa sia dovuto interamente a cause naturali.

Un problema fondamentale nel dibattito di questi giorni è (come già accaduto su altre questioni in passato) il mettere sullo stesso piano l’osservazione unica personale (oggi fa molto caldo, ieri la temperatura era fresca) con milioni di dati scientificamente rilevati. Dovremmo infatti tutti partire dal fatto che esiste, dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, un trend innegabile di aumento della temperatura media annua del pianeta di circa un grado (che è quasi doppio se guardiamo all’area del Mediterraneo). Per questo il cambiamento climatico si basa su dati osservati ed è innegabile.

Esiste inoltre un vastissimo consenso scientifico sul fatto che il forte aumento dello stock di Co2 nell’atmosfera causato indubitabilmente dalle attività umane sia stata la causa determinante di tale aumento (non negando che il dato finale della temperatura dipenda da molti fattori e non da questa unica variabile che però è quella che segna la variazione più sensibile nel corso dello stesso periodo).

Nessuno mangerebbe in un ristorante una pietanza che il cameriere vi dice essere al 90 percento velenosa e letale. Il principio di precauzione e la decisione “politica” scatta molto prima del 100 percento e quindi il dibattito sul 100 percento o meno di certezza sul ruolo umano nel clima è ozioso. Una parte dello scetticismo o del negazionismo climatico può scattare per motivi psicologici. Una persona a cui è stato diagnosticato un male incurabile ha un’ alta probabilità di dare credito a qualcuno che gli dice che non è vero, anzi spera ardentemente d’incontrarlo.

La vera questione è capire che l’emergenza climatica è sì un male, ma tutt’altro che incurabile e soprattutto che il bagno di sangue (per cittadini e imprese) consiste nel non fare la transizione piuttosto che nel farla man mano che le cose peggiorano.

Elettricità Futura ha calcolato che lo sviluppo delle rinnovabili potrebbe portare nei prossimi anni 540mila nuovi posti di lavoro e benefici economici per circa 130 miliardi. Molte proposte di transizione ecologica che portano benefici a cittadini e imprese sono state più volte raccontate e descritte articolatamente su queste colonne.

È dunque fondamentale che il mondo della comunicazione e le forze politiche si concentrino sulle politiche di mitigazione e di adattamento rendendosi conto che nessuno ha da guadagnare né nel breve né nel lungo termine dallo strumentalizzare la situazione.

Gli esseri umani vivono di emozioni e sono influenzati dalle contingenze e hanno spesso memoria corta. In uno studio recentemente pubblicato abbiamo dimostrato come la propensione a politiche per la sostenibilità ambientale degli intervistati aumenta significativamente se le interviste avvengono a luglio o ad agosto. Se vogliamo risolvere il problema la ragione deve vincere sulle emozioni di breve e le speculazioni. Ci siamo orgogliosamente autoproclamati homo sapiens. L’emergenza climatica globale è un terribile banco di prova per dimostrare che siamo veramente all’altezza di tale titolo.