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Elezioni. Sfida a quattro per voltare pagina nella Calabria delle eterne speranze

Vincenzo R. Spagnolo, inviato in Calabria giovedì 30 settembre 2021

La Statale 106 in Calabria. Le infrastrutture carenti sono uno dei tanti problemi di questa regione

«Figghice’, ogni tanto manca l’acqua, megghiu ca facimu scorta…». Lungomare di Crotone, tre del pomeriggio. Il sole picchia forte, mentre la signora Maria fa la spola fra la cucina e il balcone. Riempie bottiglie di plastica con l’acqua del lavandino e le ammonticchia.

Nella Calabria che si appresta a votare per le regionali, devastata dagli incendi estivi, succede anche questo: in molti comuni l’erogazione dell’acqua viene periodicamente sospesa. Ad agosto, i sindaci dei capoluoghi di provincia hanno inviato un documento di diffida all’ente regionale Sorical, commissariato, per denunciare la continua emergenza idrica. «Speramu ca sti’ politici novi risolvanu u problema...», dice la signora Maria con le mani giunte.

E sperare è un verbo che abbiamo sentito pronunciare spesso, in questo viaggio preelettorale sotto il cielo calabrese. Da Cosenza a Soverato, da Catanzaro a Rossano, da Locri a Gioia Tauro c’è chi spera che l’azienda, entrata in cassa integrazione, non chiuda. O chi confida, in una sanità regionale in profondo rosso, di poter prenotare presto una Tac da cui può dipendere la sua vita.

O ancora chi spera, una volta finiti gli studi in un’università locale (l’Unical di Arcavata di Rende, ad esempio, sforna ingegneri eccellenti) di non dover emigrare al Nord o all’estero per lavorare, come fecero padri e nonni: ogni anno sono 23mila i giovani calabresi che se ne vanno.

Perché, di delusione in delusione, la speranza dei quasi due milioni di residenti si affievolisce sempre più, tramutandosi spesso in rassegnazione e nel crescere del "partito" silente degli astensionisti, che presumibilmente contrassegnerà pure questa tornata elettorale.

Ogni anno 23mila giovani emigrano per cercare lavoro. Sale la richiesta di una classe politica onesta e competente, che dia una soluzione a questioni sempre rinviate

Corsa a quattro

A un anno dalla prematura scomparsa della governatrice Jole Santelli (e dopo diversi rinvii causa pandemia), quella per la presidenza della Regione Calabria è una corsa a quattro, coi candidati supportati dai big nazionali scesi giù per i comizi: da Salvini a Conte, da Tajani a Letta. Per il centrodestra c’è Roberto Occhiuto (deputato di Forza Italia e fratello di Mario, sindaco di Cosenza, sostenuto da 7 liste e in ticket con l’attuale vicepresidente reggente leghista Nino Spirlì), dato per favorito dagli ultimi sondaggi. Gli antagonisti sono la neurologa e ricercatrice Amalia Bruni (direttrice del Centro regionale di neurogenetica, appoggiata da 8 liste di centrosinistra, che comprendono Pd, M5s e Verdi); l’ex magistrato e sindaco uscente di Napoli Luigi de Magistris (supportato da 6 liste); e infine Mario Oliverio, più volte deputato e poi governatore fino al 2020 per il centrosinistra, appoggiato da due liste progressiste. Non ci sarà ballottaggio: in base alla legge elettorale regionale, basterà una tornata per eleggere il presidente della Regione e i 30 consiglieri, 24 col proporzionale e 6 col maggioritario.

I giovani che vogliono restare

Abbiamo seguito le traiettorie dei candidati, su e giù per la Punta dello Stivale, ascoltato i comizi, parlato con chi li ascoltava. Come Federica, 23 anni, studentessa di giurisprudenza all’Unical: «Purtroppo noi calabresi ci abituiamo a tutto, anche alla nostra stessa rassegnazione – racconta –. Io ho un sogno, che fra 5 anni la Calabria mi conceda la possibilità di non andare via. Ai candidati presidenti chiedo, qual è il vostro sogno per la Calabria?».

Una domanda legittima, per chi spera di restare. E in verità la nuova giunta, di qualunque colore sarà, dovrà confrontarsi con problemi annosi (il commissariamento della sanità, la gestione idrica e quella dei rifiuti) e nuove emergenze, in una regione che ha il prodotto interno lordo più basso d’Italia e d’Europa (33 miliardi e mezzo, ossia solo 17mila euro pro capite), a fronte, purtroppo, di un florido pil criminale (30 miliardi l’anno la stima più prudente) accumulato dalla ’ndrangheta col narcotraffico e altri affari illeciti. Una mafia che continua a tessere la sua ragnatela con l’estero, a inquinare l’economia e a strizzare l’occhio alla politica.

A queste latitudini, parafrasando il celebre detto del ministro socialista Rino Formica, la politica è anche sangue e ’nduja, cumpari e tavolate d’affari. «Non si candidano in prima persona i boss, ma giovani sui quali non si può dire nulla, un problema che non si risolve coi certificati antimafia, ma con la serietà della classe politica», ha fatto notare di recente il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, costretto da decenni a una vita blindata.

«La Calabria ha bisogno di nuove classi dirigenti che siano in grado di far uscire la nostra terra dal pantano – ragiona Enzo Ciconte, studioso dei fenomeni criminali –. La vicenda della sanità commissariata da anni è l’emblema del fallimento. E perché nessuno parla della ’ndrangheta? Paura? O perché è meglio non parlarne perché pure i picciotti votano?».

Servono scelte esemplari e trasparenti, insomma. E a Madia, paese di 5mila anime nel Catanzarese, il sindaco Salvatore Paone ne ha fatta una: «Abbiamo scelto come Comune di costituirci come parte civile in alcuni processi contro affiliati alle cosche locali. Un segnale importante, che bisogna dare».

In coda sulla 106

Alle cinque di sera, all’altezza di Botricello, dieci auto vanno a venti all’ora dietro un trattore sulla Statale 106. Le pessime infrastrutture, strade e ferrovie, restano un’altra delle tare della Regione. Ora i fondi del Pnrr potrebbero cambiare la situazione, proiettando – se ben investiti – questa terra nel futuro. A Gioiosa Ionica, nel cuore della Locride, il consorzio di cooperative sociali Goel (agricoltura, ma anche alta moda e altre attività) dà lavoro a 400 dipendenti e 200 collaboratori, con un fatturato annuo sui 9 milioni di euro. A chi amministrerà la Regione, il suo presidente, Vincenzo Linarello dice: «Non bastano le buone intenzioni, ma anche competenza. Politici e amministratori onesti, ma incompetenti, distruggono la speranza nel cambiamento».