Attualità

Terra dei fuochi. Biorimedi, per la Campania avvelenata

Valeria Chianese martedì 7 gennaio 2014
Procedono i progetti sperimentali che utilizzano particolari piante, non destinate all’alimentazione, o batteri capaci di assorbire i contaminanti dai terreni. Uno dei più recenti, avviato da poco più di un anno, è il progetto Ecoremed. Il nome si spiega da sé: rimediare ai danni apportati all’ambiente dall’uomo con le soluzioni fornite dal Creato. Il progetto, molto articolato, si propone l’obiettivo di sperimentare tecniche eco-compatibili di bonifica dei suoli agricoli nelle aree della pianura campana con problemi di inquinamento. In particolare su alcuni suoli agricoli, non coltivati, compresi nel sito di interesse nazionale Litorale Domizio-Agro Aversano. Capofila e coordinatore di Ecoremed, che rientra nel programma europeo Life, è il Ciram (Centro interdipartimentale ricerca ambientale) dell’Università di Napoli Federico II. Partner nella sperimentazione sono la Regione Campania, l’Agenzia per la Protezione Ambientale della Campania Arpac, la società Risorsa srl. Fondamentale la collaborazione con i sindaci dei Comuni compresi nel sito del Litorale Domizio-Agro Aversano. Le aree inquinate sono state infatti selezionate con i sindaci dei Comuni di Trentola-Ducenta (Fondo Bove, un’area pubblica di 4.500 metri quadri confinante con la discarica di Taverna del Re, con inquinamento organico e da metalli), di Castel Volturno (un’area pubblica litoranea di 5.000 metri quadri, retro-dunale, chiamata Soglitelle, vicino ai cosiddetti “Laghetti di Castel Volturno”, inquinata da metalli derivati dal poligono di tiro), di Teverola (un fondo comunale di 3.000 metri quadri adibito a sito per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti urbani) e di Giugliano (Fondo Zacaria di proprietà privata, 3.300 metri quadri di superficie agricola contaminata da inquinanti organici, zinco, rame).    Il progetto rappresenta l’applicazione pratica a scala pilota di tecnologie eco-compatibili. Nello specifico, spiega il referente Massimo Fagnano, «sono utilizzate tecniche di biorimedio che prevedono l’uso di batteri e funghi per stimolare la biodegradazione degli inquinanti organici e colture da biomassa ligno-cellulosica per estrarre dal suolo gli inquinanti metallici». Piantando cioè pioppi e salici, tamerici e canne da fosso, in grado di assorbire gli elementi estranei presenti nel terreno. «Le biomasse contaminate – aggiunge Fagnano – saranno utilizzate in diversi processi di conversione energetica per la produzione di syngas o biochar dagli impianti di pirogassificazione dell’Università di Napoli e dell’Istituto per la Combustione del Cnr. Sarà verificata anche la possibilità di produrre biodiesel». Procedimenti che hanno lo scopo di individuare le tecnologie che non prevedono emissione degli inquinanti. Tra le azioni del progetto rientra la Caratterizzazione ambientale dell’area, ossia la stesura di una cartografia con le informazioni sulle fonti di inquinamento, l’impatto sulla salute umana, l’aspetto geochimico, ideologico e idrogeologico.«L’agricoltura, grazie al progetto Ecoremed, si pone l’obiettivo di diventare parte attiva nella bonifica dei suoli agricoli inquinati» commenta l’assessore regionale all’agricoltura Daniela Nugnes. Nella medesima direzione vanno altri progetti avviati in Campania per bonifiche quasi a costo zero. Il Cnr lavora addirittura per isolare una pianta alimentare che escluda i metalli e sperimenta da quattro anni la reazione delle specie vegetali capaci di sottrarre gli elementi tossici. Il progetto quinquennale, scadenza il 2017, affidato e finanziato dall’Unione Europea alla facoltà di Agraria della Federico II, studia la possibilità di bonificare un terreno con pioppi e salici.