Attualità

RISIKO ALLEANZE. Bersani: non possiamo tornare al voto

Marco Iasevoli venerdì 8 febbraio 2013
​C’è una premessa al tema delle alleanze post-voto che ha dell’ovvio: se al Senato il centrosinistra non avrà la maggioranza, l’alternativa ad un accordo (tra chi e quanto ampio è tutto da vedere) sarà il ritorno alle urne. In piena crisi recessiva. E con Grillo che fa sempre più paura. Pier Luigi Bersani ne sembra consapevole, e dopo i duri scontri tra Vendola e Monti lancia un messaggio a entrambi: «Un Paese serio non può continuare a inseguire elezioni». Certo, l’auspicio è che gli italiani «chiedano il cambiamento e diano una direzione di marcia» consegnando al centrosinistra sia la Camera sia Palazzo Madama, però quella chiosa che chiude la prospettiva del ritorno alle urne significa molto.E forse ancora più significativo è il passo indietro del braccio economico di Bersani, l’antimontiano per eccellenza Stefano Fassina. In un giorno in cui accusa Monti (ed è un’accusa pesante...) di aver lasciato «7 miliardi di spese scoperte», Fassina prima dice che in caso di ingovernabilità «si torna al voto», poi rettifica: «Si torni alle urne è la risposta all’ipotesi di ingovernabilità se manca la maggioranza al Senato del centrosinistra più Monti». Sono aperture che insospettiscono e allo stesso tempo rafforzano la posizione dei montiani. Insospettiscono, perché è forte la sensazione che "annettendo" il professore nello schema Bersani-Vendola si voglia togliere appeal elettorale a Scelta civica e alla coalizione centrista. L’Udc è letteralmente infuriata per la ridda di voci degli ultimi giorni. E Casini alza i toni: «Non siamo la stampella di nessuno. Bersani? Prenda la maggioranza a Camera e Senato se ne è capace, e governi con Vendola. Monti non sarebbe salito in politica se il suo traguardo fosse stato così miserando. Ma se Pier Luigi non vince, si apre un altro discorso». Al partito dell’ex presidente della Camera non piacciono le fughe in avanti del professore, le voci su incarichi istituzionali già pronti, e Casini fa capire chiaro e tondo che l’ipotesi nel caso manchino i numeri è una sola: tagliare Vendola e Berlusconi, fare una grande coalizione con Pd, Monti e pidiellini disposti ad allontanarsi dal Cavaliere. Con il professore o una figura terza a Palazzo Chigi, e non al Colle o al Senato come piacerebbe al Pd. Anche i liberal di Italia futura alzano i paletti con Montezemolo: «È un po’ più difficile l’accordo con Vendola», per future alleanze contano «i programmi e le riforme». «È errato – chiosa – parlare di patti sul nulla».Il malcontento dei centristi arriva sino a Bruxelles, alle orecchie di Mario Monti, che rassicura gli alleati avallando l’ipotesi della Grande Coalizione: «Non faremo mai patti al ribasso degni della vecchia politica. Dopo il voto porteremo al Colle il nostro impegno per le riforme e la nostra volontà di coinvolgere chi ci sta». A questo punto Bersani non ci sta più. E lancia il secondo messaggio di giornata. Duro. «Escludo assolutamente – dice – un governo di unità nazionale». Il segretario Pd non vuole governare di nuovo con Berlusconi, e se il Cavaliere con la Lega dovessero pesare troppo a Palazzo Madama si alzerebbe dal tavolo. «Niente inciuci», assicura.E così, nel gioco dell’oca, si torna al punto di partenza. Se si tratta di una cosa Monti-Bersani-Vendola il prof (che deve affrontare diverse posizioni interne) si defila. Se si tratta di allargare a parte del Pdl il leader democratico sbatte la porta. Ma il dubbio atroce resta: così si torna al voto. E con quali pericoli? Domande alle quali Gianfranco Fini risponde in parte recuperando il primo Bersani di giornata, in parte profilando un’altra ipotesi istituzionale, quella dell’appoggio esterno: «È una clamoroso sciocchezza l’eventualità di una nuova votazione. Almeno bisognerebbe cambiare la legge elettorale. E poi si può sempre trovare accordi su singole proposte...».La verità è che ogni nodo si scioglierà la sera del 25. Guardando tre dati: Vendola avrà così pochi seggi - a vantaggio di Ingroia - al punto da essere bypassabile? E Grillo avrà una compagine così numerosa da costringere i partiti a collaborare senza essere troppo "choosy"?