Attualità

IL GIORNO DEL VERTICE. «Non è tempo di urne Bossi lo dovrà capire»

Gianni Santamaria mercoledì 25 agosto 2010
A metà pomeriggio Roberto Calderoli esce a passi svelti da via Bellerio, la roccaforte milanese del Carroccio, saluta i giornalisti e sfreccia via in auto. Dentro il quartier generale della Lega a Milano, Umberto Bossi ha appena finito di ripetere la linea: voto subito e stop ai tentativi di dialogo del premier con l’Udc. Alla stessa ora Silvio Berlusconi passa da una telefonata all’altra e, con la testa al vertice di oggi con il gruppo di comando della Lega (ci sarà anche Tremonti) a villa Campari, la residenza del Cavaliere sul lago Maggiore, mette a punto l’offensiva: «Non è questo il momento di votare. C’è un governo che ha fatto, che può ancora fare e interrompere la legislatura sarebbe un errore imperdonabile... Bossi non la pensa così? Bossi dovrà capire».È la vigilia di un vertice complicato e forse decisivo. Ci sarà il ministro degli Interni, Roberto Maroni e anche il governatore del Piemonte, Roberto Cota, che proprio ieri è tornato ad attaccare l’Udc rea di «mettere i bastoni tra le ruote». Lo ha fatto, accusa, nell’esperienza di governo dal 2001 al 2006, lo ha fatto contrastandolo alle Regionali e non votando il federalismo. «La nostra gente non capirebbe», taglia corto Cota. Ecco la linea: bloccare i tentativi del premier di riavvicinare i centristi al governo in previsione di un uscita definitiva dei finiani. Anche se Adolfo Urso ha smentito l’intenzione di fra nascere un partito. La Lega usa i toni duri. Ma l’Udc replica senza fare sconti. «Basta fango, Bossi prendeva tangenti», tuona Rocco Buttiglione. Poi è Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc, a spiegare che «è fin troppo chiaro che la crisi della maggioranza, da noi ampiamente prevista, è un problema tutto interno alla maggioranza stessa».La tensione è alta e il lavoro diplomatico del premier complicatissimo. Ci prova il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, che invita la Lega a non chiudere al dialogo con un’«opposizione costruttiva». Ma la Padania, il quotidiano della Lega, mette in fila le foto di otto esponenti dell’Udc, da Casini a Cesa, fino a De Mita e a Carra, e le accompagna con un interrogativo: «Comprereste un’auto usata da uno di loro?». In un riquadro c’è poi una "lettera aperta" con la scritta: «Non vogliamo Casini. Firmato: i padani». La polemica corre sul filo del Nord. In Lombardia tra il leghista Andrea Gibelli («nessun dialogo è possibile») e Savino Pezzotta («si dia una calmata, non abbiamo mai chiesto nulla»). E in Veneto, che sembra trasformarsi in un film di guardie e ladri. Con il centrista Antonio De Poli che attacca prendendo a prestito la famosa battuta di De Niro-Al Capone ne Gli Intoccabili: Bossi è «solo chiacchere e distintivo». E ne riceve una risposta da Chicago Anni Trenta da Giampaolo Vallardi: «In Veneto la Lega è il primo partito. Al Capone-De Poli se lo chiede il perché?».