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LA SFIDA DEL LAVORO. Berlusconi: «Se vince il no è giusto che Fiat lasci l'Italia»

Arturo Celletti giovedì 13 gennaio 2011
Non sono pentito. Ho detto solo quello che pensavo, solo quello di cui sono convinto». Silvio Berlusconi, quando è già notte, ripete in maniera più netta quella linea spiegata in conferenza stampa a Berlino. «Se i lavoratori dovessero bocciare con il referendum l’accordo raggiunto tra la Fiat e i sindacati Marchionne avrebbe buoni motivi per spostarsi in altri Paesi». A una manciata di ore dal momento della verità il presidente del Consiglio rompe il silenzio e si schiera con l’amministratore delegato di Fiat. Lo fa ufficialmente davanti a telecamere e taccuini. Lo fa sapendo di provocare reazioni. Ha letto tutto, il premier. L’atto d’accusa di Bersani, i toni aspri della Camusso... Ha letto, ha pensato e ha scelto di chiudersi la bocca e di confidare le sue sensazioni solo ai collaboratori più ascoltati: «Bersani? Oramai pensa solo a se stesso. E per garantirsi la sopravvivenza è pronto a trascinare il Pd sul fondo e a schierarlo a fianco della Fiom». C’è amarezza nel tono della voce. «Il mondo corre, la globalizzazione è un dato di fatto e non farci i conti è imperdonabile. Marchionne? Ha messo in moto una rivoluzione che non posso non comprendere».Chiuso nel suo ufficio di Palazzo Chigi Berlusconi si interroga su due verdetti. Quello della Consulta sul legittimo impedimento. E quello di Mirafiori. «C’è in gioco il destino di troppi lavoratori... Speriamo in un esito positivo della vicenda», ripete sottovoce il premier. È stato a Berlino con Emma Marcegaglia. Ha parlato con lei. Anche di Fiat. Come in altre occasioni. E ora il presidente di Confindustria si schiera con assoluta netteza: «Siamo dalla parte della Fiat e auspichiamo che il referendum possa passare». Rispetto al Cavaliere c’è solo un di più di prudenza. Ma il senso è identico. La linea è la stessa. «Non c’è nessuna lesione di diritti. Fiat vuole investire...». Non serve mettere in fila le perplessità sull’atteggiamento di un pezzo di sindacato. La Marcegaglia capisce il senso della sfida del premier. La condivide. «Effettivamente in Italia c’è una difficoltà ad attrarre investimenti. Così come c’è anche una scarsa produttività. Le cose che Fiat chiede, in Germania esistono già da molti anni».È un dibattito senza fine. Che trova un governo compatto. Che unisce Pdl e Lega. «Io sono a favore di questo accordo e spero tanto che vincano i sì», dice il presidente del Piemonte, Roberto Cota. Poi chiosa: «Noi, come territorio, non possiamo permetterci di perdere questo investimento e questi posti di lavoro». È anche un dibattito che fa risaltare le distanze tra questo Pd e l’Udc di Casini che dopo una premessa che fa titolo («Marchionne non è un santo») ripete la linea: i lavoratori approvino il piano di rilancio degli stabilimenti Fiat. Insomma c’è solo una strada perchè – spiega Casini – «in un mondo in grande trasformazione, in un mercato che offre sempre nuove opportunità, il rischio è che la competività delle nostre imprese si indebolisca ancora di più per l’esodo dei capitali stranieri». Berlusconi potrebbe sottoscrivere. Casini, però, arriva alla fine e la sintonia diventa sempre più evidente: «In Europa siamo il Paese che attira meno investimenti esteri, se ci aggiungiamo che gli investimenti possono essere dirottati altrove a causa dell’ostilità di una parte del sindacato, questo sarebbe estremamente negativo. Marchionne non è un santo. Sta facendo forzature evidenti, che sono sotto gli occhi di tutti, ma io mi auguro ugualmente che i lavoratori approvino il referendum sul piano di rilancio. Il rischio di perdere gli investimenti e il rischio che si dirigano verso altri paesi europei sarebbe drammatico, per le imprese e per i lavoratori».