Attualità

IL GIORNO DECISIVO. Berlusconi: ecco la mia rosa per il Quirinale

Marco Iasevoli giovedì 28 marzo 2013

La deadline della trattativa è fissata alle 17. Entro questo termine aspettiamo la risposta di Pier Luigi Bersani: vogliamo un capo dello Stato di centrodestra». È Gaetano Quagliariello, senatore Pdl dentro fino al collo alla grande trattativa istituzionale, a mettere un po’ di ordine in una giornata in cui ottimismo e pessimismo si sono mescolati come una maionese impazzita. «In una notte può succedere di tutto...», dice lasciando la frase in sospeso.La situazione, grossomodo, sta in questi termini. Il segretario Pd ha messo nel piatto due nomi certamente non sgraditi a Silvio Berlusconi: Franco Marini e Giuliano Amato. E, dal suo punto di vista, non è lui a dover dare una risposta. Semmai, tocca ad Arcore far arrivare un «sì» o un «no» preciso. Ma il Cavaliere ha mandato, per il momento, un messaggio non definitivo: «Io personalmente non ho nulla da eccepire. Ma Amato è nell’immaginario pubblico il politico con la superpensione da 30mila euro al mese. E Marini è stato appena bocciato alle elezioni. Sono due nomi che faranno felice Beppe Grillo». La controlista che si appresta a consegnare ha invece un altro profilo: «È gente nostra, pulita, alcuni non fanno politica da dieci anni». E giù i nomi: Martino, Marzano, Dini, Letta, Urbani. In ordine sparso.È un "ni" che lascia in Bersani un grande dubbio: «Silvio mi vuole logorare...», dice il segretario in serata. E la dura nota di Angelino Alfano sembra confermare il timore. La diffidenza è reciproca, se è vero che anche nelle ultime ore Berlusconi ha guardato con preoccupazione alle mosse di Bersani: «A me non interessa il conflitto d’interesse, mi preoccupa l’inseguimento demagogico a Grillo – commenta il Cavaliere –. Senza finanziamento pubblico, ad esempio, saltano i partiti, tanto il Pd quanto il Pdl».Entro le 17, dunque. Un minuto dopo, Bersani potrebbe salire al Colle con un documento scritto in cui il Pdl si impegna a lasciare l’Aula e far partire il suo governo, in cambio dell’elezione condivisa del nuovo presidente della Repubblica che «legittimi venti anni di centrodestra». E dell’intronizzazione di Angelino Alfano (o dello stesso Berlusconi?) al vertice della Bicamerale che dovrà riformare le istituzioni. Oppure Bersani entrerà nello studio di Napolitano con una valigia di "ma" e di "se" che potrebbe non soddisfare il capo dello Stato.A quel punto, in quel medesimo istante, partirebbe il piano-B, il governo del presidente. Il nuovo incarico (o un nuovo rapido mandato esplorativo) sarebbe affidato entro martedì, se non addirittura sabato. Anche in questo caso tornerebbe in gioco Giuliano Amato, ma si vocifera anche di Piero Capotosti, ex presidente della Corte costituzionale. E poi Pietro Grasso, indebolito però dalle recenti polemiche televisive. A meno che il capo dello Stato non decida - ma appare poco probabile - di rispondere alla sfida di M5S che vuole un nome di rottura, di cambiamento.Napolitano ragionerà con la Carta in mano, certo. Ma non potrà eludere tutte le eventuali conseguenze politiche ed istituzionali della sua decisione. La frantumazione del Pd. E, ancor più importante, lo stallo totale sul nome del nuovo capo dello Stato. Ognuno andrebbe in ordine sparso, si rischierebbe addirittura di non raggiungere la maggioranza assoluta intorno a un nome dalla quarta votazione in poi. Uno scenario del quale tutti, stanotte, dovranno tener conto nel prendere le loro decisioni.​