Attualità

La vita che rinasce. Pioppi e tamerici per risanare i terreni dell’Ilva

Mimmo Muolo domenica 22 dicembre 2013
Li vedi dritti e in fila come sentinelle. E l’immagine, trattandosi di un ex sito militare, ci sta tutta. Se poi ci aggiun­gi che 'fare la guardia' è in effetti il compito per cui si trovano qui, allora la metafora reg­ge ancora di più. Solo che il pericolo da cui devono guardarsi (e guardarci) viene dal sottosuolo. Ma anche per questo hanno armi all’altezza della situazione. Un arsenale - è proprio il caso di dirlo - di radici che affon­dano nel terreno e lo scandagliano meglio dei sonar della flotta di sommergibili, che staziona a qualche chilometro di distanza.
 
Taranto, zona Cimino Manganecchia, un angolo con vista suggestiva sul Mar Piccolo, do­ve ancora Marina e Aeronautica hanno le lo­ro basi. In lontananza, appena visibili, le ci­miniere dell’Ilva. Loro, le silenziose sentinelle con tanto di rami e foglie, sarebbero in gra­do di tener testa anche ai veleni del gigante siderurgico. Ma per il momento, come bra­vi soldatini, fanno il proprio dovere a una de­cina di chilometri in linea d’aria, riducendo a brandelli, giorno dopo giorno, le lunghe molecole del Pcb, un inquinante altamente cangerogeno, e assorbendo i metalli pesan­ti rinvenuti nell’area: piombo, zinco, rame. Le sentinelle speciali di cui stiamo parlando sono i pioppi e le tamerici piantati per la fitodepurazione di questo sito, dismesso dal­la Marina Militare e assegnato in concessio­ne al Centro Educativo Murialdo (Cem), un’associazione promossa dai Giuseppini del Murialdo, con l’appoggio della diocesi tarantina, e da oltre 30 anni attiva nella pa­storale sociale e nell’avviamento al lavoro (fa parte anche del Progetto Policoro per la pro­mozione dell’autoimprenditorialità).
 
La sto­ria recente di questo appezzamento di ter­reno di quattro ettari e mezzo parla, infatti, una lingua opposta a quella del pessimismo che da mesi tiene banco a Taranto. Lingua di speranza e di rinascita, che è riuscita a tra­sformare in opportunità anche un evento non proprio positivo. Il Cem, infatti, qualche hanno fa ha ricevuto lo sfrat­to dalla Casa Cantoniera che costi­tuisce la sua base operativa. L’Anas la rivuole indietro dopo che i volontari l’hanno ristrutturata a proprie spese. Quindi parte la ricerca di una nuova sede. La scelta cade su Cimino Man­ganecchia, ma i problemi non sono finiti. «Quando siamo arrivati qui ­ racconta padre Nicola Preziuso, di­rettore dell’Ufficio diocesano di pastorale so­ciale e vera anima del progetto - questo luo­go era una discarica a cielo aperto. Per di più, facendo le analisi, ci siamo accorti che mez­zo ettaro era contaminato da Pcb e metalli pesanti. Così, poco dopo l’assegnazione ci è arrivata anche un’ingiunzione di bonifica. Se avessimo seguito le indicazioni degli enti pre­posti, avremmo dovuto spendere non meno di 350mila euro».
 
Per fortuna oggi esiste internet. «Avevo let­to sul web delle tecniche di fitodepurazio­ne - ricorda Angela Gentile, responsabile del progetto educativo del Cem -. Il resto è sta­to un colpo di fortuna, o forse un interven­to della Provvidenza: l’incontro con Vito U­ricchio del Cnr di Bari, ricercatore esperto di fitodepurazione. Il progetto di disinqui­namento è partito così e ha avuto l’appog­gio anche della diocesi, del Politecnico e del­l’Università di Bari». Il 18 aprile scorso 640 talee di pioppi e 300 tamerici sono stati piantati. Otto mesi do­po le piante sono alte già tre metri. In un’al­tra parte del terreno inquinato è stato se­minato il compost. E anche questa sostan­za sta producendo i suoi frutti. Lì dove pri­ma c’erano solo rifiuti e terra brulla, adesso c’è una distesa di fiori di campo. «È il se­gnale - dice padre Nicola - che il terreno sta riprendendo la sua fertilità. Fra tre o quat­tro anni, qui non ci sarà più nemmeno l’om­bra di Pcb e metalli. E avremo restituito al­la città un piccolo angolo di paradiso». Tra l’altro a un costo irrisorio: l’intervento ha ri­chiesto 4-5mila euro. 
 
Fine della storia? Neanche per idea. Padre Preziuso già guarda oltre. Sul terreno sono presenti 52 ulivi secolari (per fortuna nei quattro ettari sani) dai quali è stato ricavato del buon olio. E soprattutto ci sono 6 edifici in abbandono che verranno presto ristrut­turati. Il progetto prevede una foresteria, sa­le per riunioni e convegni, la cappella, e i la­boratori di arti e mestieri, compreso quello di panetteria e pasticceria. Il Cem avrà così una sede operativa più grande. Per conti­nuare a fare anche lui da sentinella. Contro la disoccupazione.