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Caso Suarez. Appello a Lamorgese: basta italiani di serie B, cittadinanza da riformare

Paolo Ferrario giovedì 24 settembre 2020

Il calciatore Suarez a Perugia per il discusso esame di italiano

«Se un calciatore straniero può o “deve” diventare cittadino in due settimane, perché degli italiani di fatto devono aspettare quattro anni?». È la domanda che il movimento degli Italiani senza cittadinanza, rivolge, «a nome di un milione di giovani senza diritti», tramite lettera aperta, alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, chiedendo un colloquio. Il “caso Suarez¨ ha colpito e disgustato il milione di «figlie e figli di stranieri cresciuti in Italia ma senza passaporto italiano». Una sorta di limbo che li fa sentire «cittadini di serie B» e, soprattutto, li priva di diritti fondamentali, come quello di voto. Domenica e lunedì, tanti di questi ragazzi, che vivono da anni (alcuni da sempre) in Italia, non hanno potuto partecipare al referendum costituzionale.

«Siamo parte di questa Italia che tanto adoriamo ma che, in quanto giovani, ci dimentica – scrivono i referenti del Movimento, Fatima E. Maiga, Omar Neffati e Xavier Palma –. Nel nostro Paese c’è un accanimento burocratico nei confronti del nostro stesso avvenire, creando ragazzi di serie A e ragazzi di serie B. Questi ultimi – ricordano i firmatari della lettera alla ministra Lamorgese – sono esclusi da certe professioni, dagli Erasmus, dalle visite di studio negate per via di visti da richiedere alla luce della cittadinanza di origine. Insomma: da una vita normale».

Da qui, la richiesta di riprendere in mano, questa volta definitivamente, la revisione della legge 91 del 1992 che, da quasi trent’anni, disciplina l’acquisizione della cittadinanza italiana. Una norma «anacronistica» che da tempo è in attesa di una riforma.

«Puntualmente – denuncia il Movimento dei “Senza cittadinanza” – veniamo relegati ai margini della società dalle istituzioni che, tradendoci e abbandonandoci, scelgono ancora una volta di essere dalla parte sbagliata della storia. Bisogna agire subito – avvertono i giovani – abbattendo il requisito dei redditi per chi ha completato un percorso di vita e di crescita in Italia e abbattendo il requisito della residenza continuativa se ci si trova fuori dall’Italia in alcuni periodi per motivi di lavoro o di studio, pur conservando legami affettivi con il Paese. Vogliamo essere uguali ai nostri coetanei “col pedigree” anche nelle possibilità che abbiamo per cercare di costruirci un futuro migliore».

Anche alla luce del “caso Suarez”, il Movimento chiede di «allineare i tempi di ottenimento del passaporto italiano alla media europea di sei mesi o un anno», senza «nascondersi dietro i tempi della burocrazia, anziché lottare per accorciarli». «Noi – conclude la lettera a Lamorgese – rivendichiamo unicamente il diritto ad essere ciò che già siamo, italiani di fatto e di cittadinanza. Combattere questa battaglia rende l’Italia un Paese più meritocratico, più equo, più leggero nella burocrazia, ovvero un Paese civile che noi giovani italiani, ufficialmente cittadini e non, meritiamo che ci venga tramandato in eredità dalla vostra generazione. Bisogna calendarizzare subito in agenda di governo la riforma della cittadinanza, anche se in realtà siamo in ritardo di un decennio. Ma meglio tardi che mai».

A che punto è la legge?

Luis Suarez ha fatto richiesta di cittadinanza per matrimonio, richiesta che rientra nei casi già previsti dalla 91/92, la legge che regola appunto le acquisizioni di cittadinanza italiana, basata sullo ius sanguinis. Da tempo però i ragazzi nati e cresciuti in Italia stanno portando avanti una battaglia per accorciare i tempi di acquisizione della cittadinanza. E per poter aver accesso ai diritti civili, come quello di poter votare. Chiedono anche che si porti finalmente a compimento una riforma della legge 91/92, considerata ormai datata e obsoleta. Alla Camera il 13 ottobre del 2015 è stato approvato un disegno di legge che prevedeva uno ius soli temperato per i figli degli stranieri in possesso del permesso di lungo periodo e uno ius culturae, per i ragazzi cresciuti in Italia che frequentano le scuole nel nostro Paese. La riforma non è mai stata approvata al Senato. Nella nuova legislatura il processo si è fermato per l’emergenza coronavirus.