Attualità

INCHIESTA. Aviaria, il vero pericolo è economico

Paolo Viana venerdì 30 agosto 2013
Le tute 'spaziali', i respiratori, l’a­rea di sterilizzazione, i mezzi del­la Protezione civile che vanno e vengono e poi il nervosismo che si re­spira, persino più acre della pollina: ieri mattina il piazzale dello stabili­mento Eurovo di Mordano sembrava il set di Ebola. Area interdetta a tutti, perché il virus H7N7 è sprovvisto di flagelli, e quindi non 'nuota' come il vibrione del colera, ma è bravissimo ad aggrapparsi alle suole delle scarpe o alle ruote dei camion. Sarebbe arri­vato in questo modo da Ostellato (Fer­rara), il primo focolaio della nuova e­pidemia, insieme alle uova delle gal­line allevate a terra, che a Mordano venivano confezionate per essere di­stribuite sul mercato italiano.
Le partite 'infette' sono già state rin­tracciate e ritirate dalla vendita, co­me prevede la normativa europea, ma non perché vi fosse un pericolo per l’uomo – diversamente dal ceppo H5N1, che dal 2005 in poi ha fatto cir­ca 375 vittime nei Paesi in via di svi­luppo, il virus H7N7 è altamente pa­togeno per galline e tacchini ma non per i consumatori e neanche, se non in linea puramente teorica, per chi la­vora ogni giorno a contatto con gli a­nimali – quanto per evitare che i gu­sci delle uova, dopo il consumo, po­tessero entrare in contatto con vola­tili domestici e amplificare così la dif­fusione del morbo.
Il vero pericolo legato all’emergenza in corso in Emilia-Romagna (in Ve­neto si è avuto un abbattimento pre­ventivo a scopo cautelativo) è dun­que economico: «Ci sono di mezzo un grande gruppo e una produzione in cui siamo leader»: a pronunciare queste parole, spossato, è Massimo Tassinari, il veterinario di Sanità ani­male dell’Ausl di Ferrara che coordi­na il caso Ostellato e sta combatten­do la sua guerra contro l’aviaria 24 su 24 dal 15 agosto. Tassinari fa questo mestiere da quasi 30 anni e vederlo così preoccupato, francamente, im­pressiona: «Speriamo che quello di Mordano sia l’ultimo caso – dice – e se sarà così solo 30 giorni dopo la fi­ne delle operazioni potremo consi­derarci fuori dall’emergenza». Che è una mazzata per l’Eurovo, il 'grande gruppo'.
Qui a Mordano, e tutt’intorno per chi­lometri, non c’è allevamento di o­vaiole che non sia di proprietà dei Lio­nello o non lavori con la famiglia ve­neta che ha fatto dell’uovo italiano e degli ovoprodotti un business mon­diale. «Leader di mercato in Europa e in Italia, primo produttore di uova per Private Label... 17 stabilimenti pro­duttivi in Italia, Francia, Spagna, In­ghilterra, Romania e Polonia… a Co­digoro (Ferrara) il più grande alleva­mento a terra del mondo», recitano i documenti aziendali. Un nemico in­visibile piovuto dal cielo – probabil­mente, con le deiezioni di un migra­tore infetto – sta mettendo a repenta­glio una produzione di oltre 10 milio­ni di uova al giorno che dà lavoro a un migliaio di addetti. «Le ricadute occupazionali di questa crisi rappresentano la prima preoc­cupazione che ho sottoposto alla pro­prietà – ammette il sindaco di Mor­dano, Stefano Golini – e per il mo­mento mi hanno rassicurato: i di­pendenti dei due stabilimenti conta­minati dal virus saranno impiegati nella distruzione delle galline infette, che purtroppo va molto a rilento».
Tu­te a parte, non dev’essere semplice catturare una per una migliaia di galline ovaiole per gettarle nei cassoni a gas (anidride carbonica) da dove u­sciranno carcasse da inviare ai ce­mentifici, dove saranno utilizzate co­me combustibile. È la sorte che se­guiranno le 700mila ovaiole degli sta­bilimenti di Mordano (due comples­si contaminati), le 128mila di Ostella­to e i 65 mila tacchini di Portomag­giore, sempre nel Ferrarese, gli unici che si trovavano al di fuori della filie­ra Eurovo e che sono stati eliminati per «sospetta contaminazione». Non saranno risparmiate neanche le 200mila galline di Occhiobello, l’uni­ca località veneta dell’emergenza. An­ch’esse non si sono mai ammalate: hanno deciso di sopprimerle co­munque, forse per evitare che un e­ventuale contagio paralizzasse l’atti­vità del mangimificio che serve la fi­liera.
La rete europea di sorveglianza, scattata subito dopo la prima segna­lazione di H7N7, vieta la movimen­tazione di animali vivi e mezzi nella zona rossa, ad eccezione delle uova destinate a impianti di confeziona­mento autorizzati, visto che il consu­mo sul mercato nazionale (quello co­munitario ha comunque delle restri­zioni in questo genere di emergenze) non costituisce un problema per i sa­nitari. Mordano, che ieri sera ha esorcizza­to la paura con una megafrittata alla festa del Pd, sopporta con malcelato fastidio l’improvvisa notorietà.
Que­sto paesino alle porte di Imola avreb­be continuato volentieri ad essere fa­moso per la pallamano, grazie alle prodezze della Romagna Handball, e, come attesta il primo cittadino, a «produrre ma non consumare uova da supermercato, perché per fare la sfoglia come sanno farla le nostre donne non vanno bene, sono troppo smorte». I contadini intorno agli sta­bilimenti non sembrano intimoriti: «C’è troppa réclame intorno a questa storia dell’aviaria – ci racconta Da­niele, che ha una gran bella vigna di Trebbiano ai confini con la 'fabbrica delle uova' –; io i miei cinque polli li tengo al chiuso. E amen». Che poi so­no le vere best practices: durante un’e­pidemia di aviaria, gli scienziati pre­dicano infatti la totale segregazione tra gli animali domestici (a partire dai luoghi in cui si nutrono) e quelli sel­vatici, che in Emilia si stanno com­portando come portatori sani del vi­rus.
Anche se si sospetta che l’untore di Ostellato sia stata un’anatra prove­niente dal vicino Delta del Po, diver­samente dal 2004/2006, le autorità non hanno riscontrato alcuna moria tra gli uccelli di palude e ciò rende ma­ledettamente difficile 'tracciare' il vi­rus e capire se siamo all’inizio o alla fine dell’epidemia. Anche per questo le riunioni si susseguono a ritmo fre­netico e con i giornali e le tv si fa stra­da la dottrina Muraro, cioè bocche cu­cite per non spaventare i consuma­tori. Come ama ripetere il presidente degli avicoltori di Unaitalia, Aldo Mu­raro, quella del 2004-2006, che è co­stata al settore perdite per 700 milio­ni, «non è stata un’epidemia di in­fluenza aviaria ma di influenza me­diatica».