Attualità

Oltre le sbarre. «Avere un mestiere abbatte la recidiva»

Luca Liverani mercoledì 24 febbraio 2010
Buonismo e filantropia non c’entrano. Investire nel recupero dei detenuti funziona e conviene, perché abbatte drasticamente la recidiva, cioè il ritorno al crimine di chi esce dopo la pena. Il che significa più sicurezza e risparmio di soldi pubblici spesi in forze dell’ordine, tribunali e carceri. La conferma viene da fonte autorevole, il progetto «Lavoro nell’inclusione sociale dei detenuti beneficiari dell’indulto», promosso da Italia lavoro, agenzia del Ministero del lavoro.A parlare sono i numeri: sui 2.158 detenuti che hanno avviato tirocini guidati presso aziende, il tasso di recidiva è bassissimo, pari al 2,8%. Un dato che normalmente, cioé senza inserimento, schizza all’11% entro i sei mesi dall’uscita, per arrivare a sfiorare il 27% dopo due anni. E questo con un risparmio di 157 euro al giorno, circa la metà di quanto spende lo Stato per mantenere un detenuto in galera. Tutto è cominciato con l’indulto di luglio 2006, che ha liberato anticipatamente 27.607 persone. Molti, più di uno su quattro (7.445, pari al 26,97%) sono però tornati dietro le sbarre. Chi invece ha potuto imparare un mestiere, s’è tenuto lontano dalle cattive compagnie e dalle brutte abitudini. A spiegare il senso della ricerca è il presidente di Italia Lavoro, Natale Forlani: «Sì, l’indulto è stato lo spunto. Il tema forte è il reinserimento di chi esce dal carcere, che spesso ha perso qualsiasi rete sociale all’esterno, compresa la famiglia». Il progetto ha avviato su tutto il territorio nazionale – 12 regioni, 46 province – 2.158 tirocini formativi e professionali in aziende, destinati a detenuti a fine pena, in misura alternativa, beneficiari dell’indulto, minori. Avviati anche 188 sportelli informativi, gestiti da organismi del Ministero di giustizia. «La pena – sostiene Forlani – è da accompagnare sempre con l’azione di recupero. Non solo perché lo indica la Costituzione, ma anche perché è una condizione per accelerare il rientro delle persone, quelle che lo meritano. E sono tante, pur mettendo in conto che c’è chi può avere una ricaduta». Esperienze «molto positive, che consentono anche risparmi per la finanza pubblica rispetto ai soli interventi di detenzione». Il progetto ha prodotto 330 assunzioni, il 37% a tempo indeterminato. I tirocini hanno riguardato soprattutto uomini (il 91%) con mansioni di addetti alle pulizie e manutenzione, operai generici e specializzati, giardinieri, addetti di segreteria, ma anche addetti alla custodia e ai servizi di sicurezza. Dei detenuti che hanno fruito del percorso, solo il 13% aveva lavorato prima per più di 5 anni. Dei 2.158 detenuti avviati al lavoro hanno concluso i tirocini di 4 o 6 mesi in 1.529, il 70,8%. Il resto ha incontrato seri problemi di adattamento alle regole. Tra i tirocinanti che hanno seguito positivamente l’avviamento, l’8,4% (181 sui 2.158 beneficiari iniziali) è rientrato in carcere nel corso del progetto. Ma la maggior parte di loro, cioè 121 persone, lo ha fatto per pene precedenti all’indulto. Chi ha effettivamente commesso nuovi reati, i veri recidivi nonostante il tirocinio, sono stati in 60, cioè il 2,8% del totale.