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LA PIOVRA AL NORD. Così l'assessore Zambelli trattava con la cupola

Luigi Gambacorta venerdì 12 ottobre 2012
​Quanto può valere e, soprattutto, quanto costa un assessorato? «Per l’assessore che gli abbiamo fatto noi la campagna elettorale, hanno speso più di 4 milioni, mamma mia, 4 milioni di euro...». Persino Eugenio Costantino, boss che agganciava e curava i politici, è sbigottito. Per Domenico Zambetti ha organizzato quasi 200 cene elettorali nei migliori locali di Milano. Se quel fiume di soldi venisse da finanziamenti pubblici o da creste sugli appalti è un capitolo tutto da scrivere. «Siamo appena agli inizi», ripete Ilda Boccassini, che coordina le indagini. Oggi Zambetti sarà sottoposto all’interrogatorio di garanzia: un adempimento obbligatorio che il sostituto procuratore Giuseppe D’Amico e il gip Alessandro Santagelo hanno fissato per tutti i 15 detenuti nel carcere di Opera. Molti dovrebbero avvalersi della facoltà di non rispondere. «Zambetti respinge ogni addebito e dice di non avere avuto la consapevolezza di avere a che fare con le cosche»: lo afferma l’avvocato Giuseppe Ezio Cusumano, che assiste l’assessore regionale lombardo alla Casa. Stando a quanto riferisce il legale, Domenico Zambetti avrebbe ritenuto che Costantino era un imprenditore, una persona perbene, e si sarebbe accorto soltanto dopo la sua elezioni di avere a che fare con degli ’ndranghetisti.Ma può anche darsi che oggi Zambetti decida di cominciare a raccontare dei 200 mila euro pagati ai “calabresi” in cambio di voti. Cominciare a spiegare intercettazioni come queste: «Gli diciamo, ci devi far prendere questo lavoro e lui vedrai che ce lo farà prendere... Mimmo, ce lo devi far dare adesso, adesso tu sai che c’è l’Expo. Lui ci può aiutare, e lì guadagniamo tutti noi». L’affare è così grande che l’ultima retata non li fermerà. Zambetti potrebbe chiarire in tempo meccanismi e collusioni, rompere il muro dell’omertà, frutto in Lombardia come ovunque, di paura e calcolo. L’ex assessore, prima del carcere, ne ha fatto le spese sino alle lacrime, quando ha pensato di non pagare i 30 mila euro dell’ultima rata. Si è piegato ancora al ricatto di chi lo minacciava di rivelare le disdicevoli amicizie. Altri subiscono violenze più pesanti: Valentino Gisana – arrestato ieri a Crema, marito della titolare di una società di ristorazione della zona – taglieggiato, invece di rivolgersi alle autorità, chiese l’intervento del «braccio militare» guidato da Sabatino Di Grillo. Venne liberato dal taglieggiatore Tommaso Daniele, il “Napoletano” che pretendeva 200 mila euro per aver fornito fatture false. Gisana, in cambio, fu costretto ad assumere Carmine Palmieri che con un ordine di carcerazione sulle spalle doveva dimostrare di avere un lavoro per ottenere i benefici penitenziari. Pagò 7 mila euro per la “pratica”, 54 mila per il profitto della mancata estorsione. ll “Napoletano” si rivolse invano per una “mediazione” al clan di Carmine Alfieri, pagò altri danni ai calabresi.Mauro Galati pretendeva di vendere come veri diamanti “sintetici” al boss Eugenio Costantino. Fu sequestrato. Per liberalo i suoi complici dovettero pagare 3000 euro per la truffa e 2000 per il “disturbo”. In più si impegnarono a lavorare per la cosca. Gaetano Lazzati (lavaggio auto) vantava un credito da Gaetano Negri (Osteria Boffalora). La banda diretta da Di Grillo non impiegò solo parole per farsi consegnare cinque assegni da 20 mila euro. Ne prese 5 dal debitore per il solito “disturbo”, 30 dal creditore per il recupero. Di vicende così, come la protezione con l’assunzione di un buttafuori al Pcks di Magenta, ce ne sono decine nel romanzo infinito che è l’ordinanza. Non c’è una sola denuncia, una segnalazione. Ci sono, anzi, storie di lombardi che si offrono di lavorare con I “calabresi”. Come Zambetti, come tanti che  «rafforzavano – è scritto in ognuna delle 550 pagine – la fama criminale della ’ndrangheta lombarda, la forza intimidatoria e vincoli di soggezione e omertà da esse derivanti».