Attualità

Rapporto. Asilo nido, costi elevati e pochi posti

Cinzia Arena venerdì 20 giugno 2014
​Al Sud ci sono quelli che costano meno, ma trovare posto è quasi impossbile. Al Nord ci sono più strutture ma i prezzi lievitano. In qualsiasi direzione la si tiri la "coperta" degli asili nido è troppo corta per coprire il fabbisogno delle famiglie italiane, che non a caso (lo dimostrano gli ultimi dati Istat che parlano di ventimila nascite in meno solo nel 2013) fanno sempre meno figli. Un dettagliato rapporto di Cittadinanza attiva passa al setaccio tariffe, offerte e agevolazioni delle principali città italiane in materia di servizi per la prima infanzia. Un quadro desolante, soprattutto se si guardano i grandi numeri. In pratica solo un bambino su dieci frequenta il nido (comunale o statale). Rispetto all'utenza potenziale (vale a dire tutti i bambini al di sotto dei tre anni) i servizi disponibili coprono solo l'11,8% con grandi differenze tra le principali aree del Paese. In Emilia Romagna un quarto dei più piccoli frequenta il nido, in Calabria la percentuale crolla di botto e non arriva nemmeno al 2%. Mettendo a confronto le domande effettivamente presentate e le (quasi sempre inevitabili) liste d'attesa si scopre che il Lazio, pur avendo il maggior numero di asili comunali (453) e di posti disponibili (quasi 22mila) è quello che lascia in lista d'attesa il 65% delle famiglie, preceduto solo dalla Basilicata (71%) mentre Lombardia e Piemonte sono le Regioni più virtuose con un 7%. In media il costo della retta mensile si aggiura sui 300 euro e rappresenta il 12% delle uscite mensili di una famiglia tipo. Se si considera che il nido è utilizzato per 10 mesi all'anno circa, significa che ogni anno si spendono tremila euro per usufruire di questo servizio. Spesso indispensabile per consentire alle mamme di tornare al lavoro. Dallo studio di Cittadinanza, che ha messo a confronto le rette applicate per la frequenza a tempo pieno per cinque giorni a settimana, emerge che anche in tema di costi le differenze a livello territoriale sono notevoli. Gli asili più cari si trovano al Nord, dove si pagano in media 380 euro al mese, seguono quelli del Centro (322) e Sud (219). La regione più economica è la Calabria con una tariffa media mensile di 139 euro, quella più costosa è la Valle d'Aosta dove si spendono 432 euro. Tra le province quella più cara è Lecco (515 euro al mese), mentre Vibo Valentia è la più economica: una famiglia spende 120 euro al mese per mandare il figlio al nido. Ma riuscire ad avere un posto è praticamente impossibile. Nella top ten delle città più care con servizio a tempo pieno ci sono Lecco, Sondrio Belluno, Cuneo, Lucca, Alessandria e Bolzano (confermate dall'anno 2012-2013) e Imperia, Cremona e Trento (subentrate al posto di Mantova, Aosta e Udine). Quelle meno care sono le stesse dell'anno scorso: Vibo Valentia, Catanzaro, Roma, Trapani, Chieti, Campobasso, Foggia, Venezia, Napoli e Salerno. Rispetto ad un anno fa sono 27 i capoluoghi di provincia in cui le rette sono aumentate da un minimo dell'1 per cento (Ascoli Piceno) a un massimo del 33 per cento (Siena). Solo il 56 per cento dei capoluoghi di provincia mette a disposizioni delle famiglie agevolazioni tariffarie: nel 62% dei casi si tratta della riduzione della retta a partire dal secondo figlio iscritto al nido, il 45% riguarda le assenze per malattia, il 19% riduce la retta per motivazioni economiche (disoccupazione, mobilità, cassa integrazione), il 15% per bimbi con disabilità e il 3% in presenza di mutuo per acquisto della prima casa. "Il nostro Paese è ben lontano dall'avere un sistema di servizi per l'infanzia diffuso, accessibili e capillare su tutto il territorio - sottolinea Tina Napoli, responsabile politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva - E risulta quanto meno anacronistico che solo il 19% dei Comuni preveda agevolazioni tariffarie per situazioni di crisi economica della famiglia". Cittadinanzattiva chiede al governo di investire nel settore per arrivare a realizzare un sistema di sistema di servizi sostenibili e di qualità, da poter così incrementare l'occupazione femminile diretta e indiretta, e avvicinare l'Italia alla copertura del 33% nell'offerta nei servizi educativi. Un traguardo europeo che sembra ancora irraggiungibile.