Attualità

La storia. Milano, il miracolo di una mamma

Viviana Daloiso venerdì 19 dicembre 2014
Le macchine le hanno permesso di respirare e nutrirsi per 9 settimane. Il resto l’ha fatto il miracolo dell’amore iscritto nella carne di una madre. La forza che nessun parametro medico può misurare o esaurire. È nato grazie a quella, ieri mattina, il piccolo Davide (il nome è di fantasia). Cullato e cresciuto nel grembo della sua mamma morta, ma solo per la scienza.La donna, 36 anni, era arrivata oltre due mesi fa all’ospedale San Raffaele di Milano con un’emorragia cerebrale gravissima. E una gravidanza tanto attesa, tanto festeggiata in casa, giunta appena alla 23esima settimana. Troppo presto perché il bimbo avesse qualche possibilità di sopravvivere. Di qui la decisione dei medici, nonostante la morte cerebrale ormai accertata: offrire alla mamma supporto respiratorio, cardiocircolatorio e nutrizionale (per mezzo anche di una sonda inserita nel suo intestino, capace di nutrire costantemente al feto) e consentire al piccolo di crescere e avvicinarsi il più possibile al termine di una gravidanza normale, che di norma dura 40 settimane.La sfida, ai limiti del sostenibile, è stata già condotta con successo in passato da altri ospedali: a Milano casi analoghi si sono verificati nel 2006 e nel 2010 all’ospedale Niguarda, dove sono nati Cristina Nicole e Matteo. La mamma della prima, una donna di 38 anni, fu colpita da un aneurisma cerebrale alla 17esima settimana di gestazione: i medici del Niguarda prolungarono la gravidanza, tenendo la donna attaccata alle macchine per 78 giorni. La bambina nacque con cesareo d’urgenza alla 28esima settimana: pesava appena 713 grammi. E ce l’ha fatta, a vivere. Nel 2010, invece, toccò a Matteo: cingalese, venuto alla luce dopo 29 settimane di gestazione, di cui otto prolungate dai medici in seguito alla morte cerebrale della sua mamma, colpita da una meningite fulminante alla 21esima settimana di gestazione. Suo padre, Alisath, commosse l’Italia attaccato alle porte della sala parto, con la speranza che oltre al piccolo uscisse viva anche la sua Suriya. Non accadde.Anche i medici del San Raffaele si pongono come obiettivo il raggiungimento delle 28 settimane ma la mamma è forte come un leone. La vita fiorisce nella morte, anzi oltre la morte: un concetto familiare alla tradizione cristiana, forse meno a quella scientifica. Eppure, al San Raffaele, si va avanti. Fino alle 32esima settimana.Il bimbo cresce, il corpo della madre funziona come un’incubatrice perfetta, la professionalità dei medici e del personale infermieristico si trasforma in ammirazione, affetto, ansia per quello che ormai è per tutti un fatto personale. Mentre fra i corridoi si consuma il dramma di un padre e di una famiglia in bilico sull’abisso che si apre tra il dolore e la speranza.Ieri, infine, la decisione: «L’epoca gestazionale garantisce buone possibilità di vita autonoma al feto, riducendo nel contempo il rischio di improvvise complicanze materno fetali», fanno sapere i medici. Il cesareo tocca a Massimo Candiani, responsabile dell’Unità di Ginecologia e Ostetricia del San Raffaele. Gli occhi del reparto sono tutti puntati lì, su quella sala e su Davide. Che nasce sano, in buone condizioni, con un peso di 1 chilo e 800 grammi. È un nuovo inizio, e una grande soddisfazione per l’ospedale che tuttavia pensa prima alla famiglia colpita dal lutto, affidando una scarna dichiarazione a un comunicato stampa.Mentre la vita celebra la sua vittoria, per la mamma viene definitivamente accertato lo stato di morte cerebrale e si procede con l’espianto di organi. L’ultimo atto di generosità spetta alla famiglia, che decide siano donati. Altre vite fioriranno, oltre a quella di Davide.