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Amnesty International. Ecco le nuove prove: sui migranti in Libia "abusi di Stato"

Nello Scavo giovedì 24 settembre 2020

La descrizione delle torture a Bani Walid da parte di un migrante soccorso in mare nel settembre 2020

Neanche chi dalla Libia vorrebbe andarsene viene lasciato in pace. Ogni essere umano dalla pelle scura è una potenziale fonte di arricchimento, oltre che un'arma di pressione sui governi europei, che da anni cedono al ricatto delle milizie libiche. Prendete Ahmed, che vicino Tripoli aveva aveva un alloggio e un lavoro. Ci era arrivato nel 2017 per stare alla larga dai fanatici di al-Shabaab in Somalia. “Una notte alle 3 del mattino alcuni criminali sono entrati in casa nostra. Hanno picchiato mia moglie. Ho reagito. Mi hanno pugnalato a una gamba e hanno detto: "Se ti muovi, le spariamo". Ci hanno rapiti e ci hanno portati in un hangar”. Per liberarli hanno chiesto “20 mila dollari a persona. C'erano 16 o 17 prigionieri nell'hangar: Somalia, Eritrea, Etiopia. Siamo rimasti circa 15 giorni. Ci picchiavano. Quando arrivi ti spogliano, picchiano gli uomini e violentano le donne. Dopo due settimane, ho colto un'occasione e sono scappato".

Tra maggio e settembre 2020, Amnesty International ha raccolto informazioni sulle condizioni di detenzione in almeno 13 luoghi di detenzione in tutta la Libia. Tra di loro c'erano sei centri di detenzione Dcim, il Dipartimento del governo per l’immigrazione illegale. Il contenuto dell’investigazione è riportato in un nuovo rapporto intitolato “Tra la vita e la morte” (VAI AL DOCUMENTO), pubblicato un giorno dopo l'annuncio, da parte della Commissione europea, del suo nuovo “Patto sull’immigrazione”, che si basa su una ancora più stretta cooperazione con gli stati esterni all'Unione europea per controllare i flussi migratori.

Nell'ultimo dossier di Amnesty International non ci sono solo le testimonianze dalle prigioni clandestine, soprattutto ci sono le prove raccolte sul campo e che inchiodano le autorità ufficiali. Investigazioni condotte incrociando i dati: “Dopo aver ottenuto gli screenshot dai prigionieri che mostravano la loro posizione in tempo reale su Google Maps, Amnesty International ha esaminato le immagini satellitari delle coordinate Gps e ha identificato la posizione nella città di al Zawiyah, 45 km a ovest di Tripoli, con una forte presenza di veicoli militari”. Una fonte indipendente ha confermato che il luogo individuato quale prigione “è il quartier generale delle forze di supporto di al Zawiyah. Alcuni internati sono riusciti a sfuggire poche settimane fa e hanno confermato le acquisizioni: “Venivano tenuti in condizioni orribili senza cibo o acqua potabile a sufficienza e picchiati regolarmente. I loro rapitori hanno chiesto chiesero un riscatto di 6.000 dinari libici”, circa 4mila euro.

Un gruppo di migranti espulsi dal centro ufficiale al-Kufra nella notte del 15 maggio 2020 e riportati nel deserto del Ciad. Di loro non si ha più notizia - Amnesty International

Non è l’unica conferma del coinvolgimento diretto di funzionari pubblici nel traffico di esseri umani. “Due uomini su cui pende un mandato d’arresto da parte delle autorità libiche e i cui nomi figurano nella lista delle persone sottoposte a sanzioni da parte delle Nazioni Unite per il loro presunto coinvolgimento nel traffico di esseri umani, sono ufficialmente legati al Gna (il governo riconosciuto di Tripoli, ndr): Ahmad al-Dabbashi, detto “al-Amou”, è stato visto combattere con le forze del Gna nell’aprile 2020, mentre il ben noto Abdurhaman al Milad, detto “al Bija”, è il comandante della guardia costiera libica presso la raffineria della città portuale di al-Zawiya”.

Alla galleria degli orrori raccontati a più riprese dai rifugiati e dai migranti in Libia, “si aggiungono sviluppi inquietanti - commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty in Italia -, come il trasferimento in strutture di detenzione non ufficiali delle persone intercettate in mare.” Di fronte a tutto questo, “il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo e il memorandum d’intesa Italia-Libia esemplificano esattamente tutto ciò che non andrebbe fatto in termini di cooperazione con la Libia”.

La documentazione raccolta convalida anche quanto rivelato a più riprese da Avvenire, nell’inchiesta di Paolo Lambruschi, riguardo il “lager” di Bani Walid, dove “sono stato picchiato, mi è stato impedito di mangiare e bere così spesso che non ero più in grado di camminare”, ha raccontato un fuggiasco visitato anche da medici di organizzazioni internazionali.

“Da notare anche come, sulla scia del modello italiano, Frontex e Eunavfor Med abbiano incrementato la cooperazione con la cosiddetta guardia costiera libica, notificandole - denuncia Noury - la gran parte dei salvataggi rilevati dagli assetti aerei e di fatto spostando le poche navi di pertinenza rimaste ben al di fuori delle zone di più alta probabilità di salvataggio”.

Nel 2020 migliaia di rifugiati e migranti sono finiti nei centri di detenzione ufficiali, migliaia di altri sono stati sottoposti a sparizione forzata. Desaparecidos del Mediterraneo intercettati da mezzi militari europei e catturati, su indicazione di questi ultimi, dalla cosiddetta guardia costiera libica.