Attualità

Terra dei fuochi. Altri bimbi morti di tumore: quello strazio che interroga

Maurizio Patriciello venerdì 30 gennaio 2015
Il 22 gennaio scorso Avvenire decideva di pubblicare in prima pagina la tenerissima foto di due bambini di otto anni, ammalati di cancro e ricoverati in un ospedale di Napoli. Nella foto M. dona alla piccola A. uno spicchio del suo mandarino. Un gesto stupendo che avrebbe dovuto intenerire i cuori e far nascere tante domande. Invece quella foto mi è costata non poche critiche. Siamo stati accusati, i volontari dei nostri comitati e io, di strumentalizzare il dolore degli innocenti. Non è la prima volta, e non me la sono presa più di tanto, so bene che ogni scelta comporta rischi e opportunità. La domanda che tutti siamo chiamati a porci davanti a una decisione da prendere non può che essere: «Perché lo faccio? Cosa cerco? Cosa voglio?». Sono passati poco più di settant’anni da quando tanti Paesi della nostra vecchia, cara Europa si ritrovarono a toccare il fondo più oscuro della cattiveria umana. Oggi i giovani, smarriti e increduli, ci chiedono: «Ma come fu possibile?». La Giornata della memoria celebrata martedì deve trovare sempre più spazio nella nostra società che tanto facilmente tende a dimenticare. Ma dimenticare non si può, non si deve. Quelle nefandezze indegne di un essere umano furono possibili perché mentre i cattivi mostravano il loro volto, brutto come la peste e nero come la notte, tanti buoni, per un motivo o per un altro, tacquero. Il coraggio, è vero, uno non se lo può dare. Però. Oggi stiamo ancora a fare i conti con un passato che si impone e ci fa male. Un passato che non dovrà mai passare. Le vignette satiriche con l’ebreo dal naso adunco e le dita ad artiglio mi fanno più male di una picconata in testa. Imparino qualcosa i difensori a spada tratta del diritto assoluto della libertà di espressione. E mentre gonfiamo gli occhi nel vedere bambini maltrattati, straziati, lasciati morire di fame e di tristezza nei campi di sterminio ieri, non vogliamo distogliere lo sguardo e l’attenzione dai bambini torturati oggi, abortiti o, addirittura, nati vivi in certi Paesi che pur si dicono democratici e civili, e poi uccisi senza pietà e senza correre rischi, solo perché la legge del luogo permette tali scempi. Non vogliamo continuare a peccare di indifferenza come tante altre volte. Non vogliamo che domani i nostri figli rimproverandoci debbano chiederci, magari da un letto di ospedale: «E voi? Dove eravate voi? Voi che dite di aver messo nello zaino della vita la croce, il Vangelo, la Costituzione, che vi vantate di discendere dal secolo dei lumi?». 

Noi non vogliamo fingere di non vedere. Crediamo che sia nostro dovere parlare, e lo facciamo assumendocene tutta la responsabilità. Una settimana dopo la pubblicazione della foto di A. e M., dallo stesso reparto sono volati in cielo i loro piccoli amici, L. e G., 5 e 6 anni. Cancro, sempre cancro. È bene lasciarle nell’oblio queste storie di sofferenza e di morte o, invece, è meglio gridare al mondo la vergognosa realtà della «Terra dei fuochi» perché qualcosa cambi? Lo scandalo consiste nel mostrare il volto di un bambino alle prese con la chemioterapia o nel tacere che questi innocenti stanno pagando un prezzo altissimo per i peccati e le omissioni altrui? Un’amica giornalista, volontaria, da quell’ospedale scrive: «Oggi vi voglio raccontare la storia di un innocente amore tra due bambini. Due angeli allegri, sorridenti e vivaci che non si sono incontrati in un parco giochi ma nella corsia di un reparto oncologico. Malgrado il mostro, i due bambini non hanno mai smesso di sorridere, anche quando i loro capelli cadevano e i loro corpi si trasformavano a causa delle chemioterapie... Il loro legame si stringeva sempre più, fino a quando un giorno, G. ha regalato alla piccola L. un anello promettendole che, da grandi, sarebbero stati felici insieme lontano dai letti di ospedale, dai martirii e dalle torture che stavano subendo. Ma mentre il loro amore cresceva, anche il mostro si ingigantiva. Due giorni fa si è portato via G., oggi L.».  Se taceremo noi, grideranno i sassi delle strade.