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Oms. Allarme sulle varianti del Covid. E il 95% dei vaccini vanno solo a 10 Paesi

Viviana Daloiso venerdì 15 gennaio 2021

Un operatore sanitario

Non importa che i primi studi sull’efficacia dei vaccini con le varianti del coronavirus (a cominciare da quella inglese e sudafricana) stiano dando risultati incoraggianti. Il virus, in tutto il mondo, continua a circolare troppo e troppo velocemente. E al ritmo di quasi tre milioni di nuove infezioni ogni quattro giorni con cui si è aperto il 2021, secondo il Bollettino globale tenuto dalla Johns Hopkins University, il rischio che quelle già individuate e che nuove, imprevedibili mutazioni si intreccino fino a trasformare radicalmente il Sars-Cov-2 è più che mai concreto.

Ecco perché ieri, a sorpresa, anticipando la tabella di marcia di ben due settimane, il Comitato di emergenza dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) si è riunito per affrontare la questione. Complici anche le pessime notizie che arrivano da Oriente, in particolar modo dalla Cina, dove il virus che sembrava scomparso proprio negli ultimi giorni è tornato a seminare il panico: a decine i focolai (anche se di poche centinaia di casi), già quattro province messe in lockdown e ieri anche la notizia di una prima vittima. Qualcosa con cui Pechino, per intendersi, non faceva i conti dai primi di maggio.

A Ginevra è ormai più che un sospetto che i ceppi britannici e sudafricani del coronavirus, non più letali ma particolarmente contagiosi, siano ormai diffusi ovunque. La variante inizialmente rilevata nel Regno Unito, tanto per fare un esempio, è già stata localizzata in 50 Paesi (25 europei, compresa la Russia) e quella sudafricana in 20: ma sono solo i dati ufficiali, relativi a quelle realtà in cui si effettua (più o meno stabilmente) il sequenziamento del genoma del virus.

Altrove, dall’Africa all’India, la diffusione potrebbe essere notevolmente sottostimata. Il che vale anche per l’Italia, dove la variante inglese – e a dire il vero anche una “cugina” tutta italiana di quella inglese – sono state trovate qua e là nelle ultime settimane, senza che sia partita tuttavia un’analisi sistematica dei tamponi.

Non è tutto: alla lista delle mutazioni nelle ultime ore si è aggiunta anche quella originaria dell’Amazzonia brasiliana, il cui rilevamento è stato annunciato domenica dal Giappone. La variante è in fase di analisi e potrebbe avere – questa la preoccupazione dell’Oms – un impatto sulla risposta immunitaria. Che poi è il vero nodo della questione: col miracolo compiuto dalla scienza, che in 10 mesi ha offerto al mondo un vaccino, veder sfumare l’obiettivo di un graduale ritorno alla normalità per l’incapacità di tenere sotto controllo il virus sarebbe una beffa.

«Nonostante l’inizio delle campagne di vaccinazione antiCovid, la velocità di trasmissione osservata in alcuni Paesi, in particolare a causa delle nuove varianti più contagiose, è allarmante» ha infatti sottolineato il direttore di Oms Europa, Hans Kluge, che ha chiesto più sforzi proprio sul fronte del sequenziamento genetico e sullo scambio di informazioni all’interno della comunità scientifica.

Unica buona notizia all’orizzonte, l’algoritmo elaborato al Massachusetts Institute of Technology (Mit) e i cui risultati dovrebbero essere pubblicati nelle prossime ore su Science: gli esperti americani, guidati da Brian Hie, avrebbero individuato (ispirandosi al linguaggio umano) un modello in grado di prevedere le mutazioni del Sars-Cov-2 così da renderle prevedibili, e adattarvi farmaci e vaccini.

Ieri, intanto, è stato un altro giorno drammatico sul fronte dei numeri della pandemia: nuovi record sono stati macinati in Germania (1.244 i morti in 24 ore, con oltre 25mila contagi) e in Gran Bretagna (dopo gli oltre 1.500 decessi di mercoledì e migliaia di nuovi ricoveri, gli ospedali sono ormai ufficialmente al collasso), ma anche negli Stati Uniti (oltre 224mila contagi e 3.848 morti in un giorno), in Brasile, Messico, India.

Nel mondo sono ormai quasi 91 milioni i casi di coronavirus e 2 milioni le vittime. E se il virus è di tutti, i vaccini invece sono ancora di pochi: «Il 95% delle 23,5 milioni di dosi somministrate a livello globale si concentrano in 10 Paesi – ha sottolineato ancora Kluge –. L’Oms e i suoi partner stanno compiendo enormi sforzi per portarli in ogni Paese, ma c’è bisogno che tutti si impegnino per una distribuzione equa. Semplicemente non possiamo permetterci di lasciare indietro nessun Paese, nessuna comunità».