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Abiti Puliti. «La felpa simbolo della sostenibilità prodotta sfruttando i lavoratori»

Luca Liverani mercoledì 20 novembre 2019

La felpa Respect della collezione Join Life 2019 di Zara

La Campagna Abiti Puliti accende di nuovo i riflettori sulla produzione tessile dei grandi marchi, non di rado fondata su commesse a cascata e pratiche di delocalizzazione per abbattere al massimo i costi di produzione. Mettendo però a rischio la sicurezza e i diritti dei lavoratori. Stavolta nel mirino c'è un prodotto specifico, preso anche per la sua valenza simbolica: è la felpa Respect, prodotta dal marchio spagnolo Zara, di proprietà del colosso Inditex. Un maglione che strizza l'occhio al femminismo, perché porta la scritta «Rispetto: scopri cosa significa per me» e sul retro il testo della nota canzone di Aretha Franklin, rilanciata nel film Blues brothers. Ma la felpa - secondo Abiti Puliti - è prodotta in Turchia a costi ridottissimi: «Salari da povertà, orari di lavoro eccessivi, contratti precari, a fronte di profitti milionari». «Calcoli privi di fondamento, conclusioni fuorvianti, nessuna violazione degli stipendi», la secca replica di Zara.

Il maglione fa parte della collezione Join Life, la linea che l'azienda propone come modello di sostenibilità, rispetto per l'ambiente e i diritti dei lavoratori. Sul sito di Zara Italia si legge ad esempio: «Portaci gli indumenti che non usi più e depositali negli appositi contenitori dei nostri negozi. Come parte del nostro impegno sociale e ambientale, ti aiutiamo ad allungare la vita utile dei tuoi indumenti. I nostri capi rispettano gli standard più esigenti di salute, sicurezza e sostenibilità ambientale. La nostra catena di fornitura rispetta i lavoratori e l'ambiente. Il 90% dei nostri negozi è già eco‑efficiente».

Un'azienda modello, insomma. Ma secondo un’indagine di Public Eye, pubblicata dalla Campagna Abiti Puliti, la produzione del marchio nasconderebbe pratiche meno nobili. L’organizzazione ha ripercorso a ritroso la produzione della felpa Respect mettendo in luce la realtà che vivono i lavoratori lungo la catena di fornitura. Secondo la stima di Public Eye, realizzata in collaborazione con alcuni partner della Clean Clothes Campaign e BASIC, l’azienda guadagna per ogni maglione venduto il doppio di tutte le persone impegnate nella sua produzione.

Risalendo la catena di produzione dell'articolo, l’inchiesta è arrivata agli stabilimenti di Smirne, in Turchia. La fabbrica incaricata della realizzazione dei 20mila maglioni, venduti a un prezzo che oscilla tra i 25,95 euro della Spagna e i 39,57 euro della Svizzera, ha ricevuto soltanto 1,53 euro al pezzo. E la tipografia che ha apposto lo slogan solo 0,09 euro a stampa, 9 centesimi. «Per garantire la produzione - accusa il rapporto - è evidente che i proprietari siano stati costretti a sotto pagare i dipendenti o a farli lavorare più del consentito».

Secondo la ricerca «i lavoratori avrebbero guadagnato tra i 310 e i 390 euro al mese, circa un terzo del salario stimato dalla Clean Clothes Campaign come dignitoso. Questo nonostante il codice di condotta di Inditex affermi testualmente che i suoi fornitori dovrebbero sempre pagare salari "sufficienti a coprire almeno le esigenze di base dei lavoratori e delle loro famiglie, nonché ogni altra ragionevole necessità"». C'è dell'altro. «In uno degli stabilimenti la produzione sarebbe continuativa per 24 ore al giorno, divisa in due soli turni da 12 ore: pratica contraria al codice di condotta e alla legge turca, che impone turni massimi di lavoro notturno di sette ore e mezza. Peraltro, in una delle fabbriche buona parte dei lavoratori sarebbero assunti con contratti giornalieri, senza alcuna garanzia di impiego il giorno successivo».

«La ricerca condotta sulla popolare felpa di Zara conferma ciò che affermiamo da tempo», dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti. «Le pratiche d'acquisto capestro esercitate dai marchi committenti - afferma - sono la prima causa strutturale della compressione dei costi verso i fornitori e del conseguente impoverimento cronico di milioni di lavoratori nel mondo. È sempre più urgente e necessario affrontare il tema della redistribuzione della ricchezza nelle catene produttive globali della moda a favore dei lavoratori, spesso donne, che ne sono le principali artefici. Per questo sono necessari accordi vincolanti che obblighino i marchi committenti a pagare prezzi adeguati a garantire il riconoscimento di salari dignitosi a tutti i lavoratori della filiera».

La ricerca afferma che Inditex non pubblica nessun dato concreto sui livelli salariali dei suoi fornitori e sui prezzi di acquisto dei suoi articoli: Public Eye, allora, in collaborazione con il collettivo Éthique sur l’étiquette, la Schone Kleren Campagne e l'ufficio di analisi francese BASIC ha fatto una stima dettagliata della composizione del prezzo di questo maglione: «Secondo i calcoli l’azienda guadagna 4,20 euro al pezzo, circa il doppio rispetto a tutte le persone impegnate nella sua produzione (2,08 euro), dai campi di cotone in India alla filanda di Kayseri, nella Turchia centrale, fino alle fabbriche di Smirne. Una scelta precisa quindi, non una fatalità: basterebbe destinare 3,62 euro in più a maglione alla mano d’opera per garantire un salario dignitoso a tutti i lavoratori». Public Eye ricorda che «Inditex, che ha registrato un utile netto record di 3,44 miliardi di euro nel 2018, deve rispettare i diritti di coloro che contribuiscono al suo successo, cominciando a pagare dei prezzi di acquisto sufficienti a garantire loro un salario dignitoso».

Netta la replica del marchio spagnolo Zara. In una nota l'azienda afferma che «i calcoli ipotizzati da Public Eye sono privi di fondamento, quindi le conclusioni sono completamente inaccurate e fuorvianti e respingiamo fermamente tali affermazioni. Infatti, il prezzo di approvvigionamento è ben al di sopra di quello utilizzato in modo speculativo nel rapporto, che non è veritiero. In ogni caso - si legge nel comunicato diffuso dall'azienda - sottolineiamo che tutte le fabbriche coinvolte nella produzione di questo capo sono state registrate e supervisionate prima che Public Eye ci contattasse, in linea con le nostre politiche di tracciabilità e compliance, senza alcuna violazione degli stipendi dei loro lavoratori».