Attualità

La ricerca. Travolti dalla valanga-virus come sciatori spericolati

Massimo Calvi sabato 11 aprile 2020

Abbiamo affrontato il coronavirus come scialpinisti spericolati e un po’ troppo sicuri di sé. Forse è stato questo l’errore: di fronte all’epidemia di Covid-19 i governi, i maggiori leader mondiali, ma anche i loro consulenti tecnici, sembrano essersi comportati tutti in modo simile a uno sciatore che decide di avventurarsi fuoripista nonostante l’allarme dei bollettini meteo, e finisce travolto dalla valanga.

Questa analogia è suggerita da un test condotto qualche anno fa in Trentino da ricercatori che hanno intervistato quasi 300 appassionati di sci-alpinismo valutando la loro propensione al rischio. L’aspetto interessante della ricerca, guardando a oggi, è l’aver messo in luce che l’errore dello scialpinista che si mette in pericolo non dipende tanto dalla scarsa conoscenza della situazione, dalle abilità, o dalla volontà di assumersi dei rischi, ma da una componente del carattere: le persone cosiddette “overconfident”, cioè quelle che secondo i test psicometrici sono convinte di sapere più di quanto realmente sanno e mostrano un eccesso di sicurezza, si espongono a una probabilità doppia di incidente da valanga.

È una lezione che si può applicare bene al presente: l’articolo con cui Enrico Rettore, economista dell’Università di Padova, Sara Tonini, dell’università di Città del Capo, e Paolo Tosi, fisico a Trento, davano conto della loro ricerca nel 2015 sulla voce.info, si intitolava “Quando lo scialpinista incontra un cigno nero”. Il cigno nero, come abbiamo imparato riscoprendo la definizione di Nassim Nicholas Taleb, è un evento altamente improbabile, ma dalle conseguenze potenzialmente devastanti: come una valanga, un collasso finanziario o, appunto, una pandemia virale.

In sostanza il maggior pericolo per il nostro benessere sembra derivare più dalla “spavalderia” di chi deve prendere le decisioni che dai pericoli esterni. Quanto accaduto con il coronavirus sembra rispettare questa regola. In Italia, nonostante gli avvisi, nessuno si aspettava di sperimentare un’emergenza sanitaria più seria di quella della provincia cinese dell’Hubei, e quando il virus è arrivato ci siamo trovati impreparati. Qualche politico ha mostrato un eccesso di fiducia anche dopo i primi contagi, ma chi poteva sapere che questa epidemia avrebbe avuto un corso così diverso da altre del passato?

Meno comprensibile è stato il comportamento di altri Paesi, dalla Francia di Emmanuel Macron che sembrava voler cogliere un’opportunità di fronte ai guai dell’Italia, alla Gran Bretagna di Boris Johnson, ricoverato in terapia intensiva dopo aver immaginato l’uscita rapida dalla crisi in virtù della teoria dell’immunità di gregge; dalla Svezia del “tutto aperto”, tornata frettolosamente sui suoi passi, agli Usa di Donald Trump, passati dal classico “è poco più di un’influenza”, al record di contagi. A comportarsi come uno sciatore prudente che rinuncia all’escursione e si salva la vita sembra essere stata la Grecia, che he seguito l’Italia nel lockdown pur non avendo un’emergenza.

I processi in questo momento non aiutano. D’altra parte sono anni che i sistemi sanitari occidentali, superate le battaglie con l’Hiv, Ebola, la Sars, sembrano cullarsi nell’illusione di aver messo le malattie infettive fuori dal perimetro delle emergenze possibili, scegliendo di concentrarsi su patologie più comuni e costanti, come i tumori o le malattie neurodegenerative, e dunque era più facile commettere errori di sottovalutazione. Ma se alla classe politica, per la natura di questa attività, non si può rimproverare troppo l’eccesso di audacia, forse agli esperti che stanno alle spalle dei governi e ai tecnici pagati per valutare i bollettini della neve, prima o poi bisognerà chiedere come mai siamo finiti tutti sotto una valanga. Anche per capire ora come si scia per scendere dal “picco”.