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Confronto Bindi-Capanna. A Loppiano l'altra rivoluzione del Sessantotto

Paolo Viana, inviato a Loppiano (Firenze) domenica 30 settembre 2018

Loppiano, l’ingresso della sede dei lavori

Mentre Mario Capanna occupava la Cattolica, Chiara Lubich fondava la cittadella di Loppiano. Il ’68, cinquant’anni fa. Per Time «un rasoio che separò il passato dal futuro». Per l’ex leader studentesco, invitato dai focolarini a parlarne insieme a Rosi Bindi, «un filo che collega il passato al futuro attraverso uno sconvolgimento di paradigmi». Punto su cui ci si ritrova tutti d’accordo a Loppiano, per quanto diversi fossero, allora, i paradigmi: il megafono e il sorriso, la lotta di classe e il dialogo ecumenico, la dittatura del proletariato e il Magnificat.

La butta in filosofia l’ex rivoluzionario – «come insegna Aristotele, il ’68 si dice in molti modi» – ma quando all’istituto Sophia abbraccia il figlio di Luigi Gui, il ministro contro cui infiammava le piazze, gli si inumidiscono gli occhi e gli torna il guizzo delle barricate. «In quegli anni le masse toccarono con mano che cambiare il mondo è possibile... e in fondo è quello che vogliamo tutti, perché se non lo vogliamo non viviamo. Vegetiamo» esclama. Al suo fianco, annuisce Rosi Bindi, che il ’68 non lo fece perché era troppo giovane. «A Montepulciano andammo in piazza una volta sola: contro i colonnelli greci, ma io non presi la parola – ha rivelato ieri – perché c’erano anche i popoli dell’Est, oppressi da altri colonnelli».

Tanti anni dopo, guardando all’eredità di quelle battaglie, Mario e Rosi la pensano allo stesso modo. Lei: «Abbiamo perso l’amore per la politica, quello che insegnava don Milani; l’invidia sociale prevale sulla rivendicazione. Come credenti dovremmo farci carico di cambiare il paradigma». Lui: «I poteri che hanno represso il 1968 hanno portato il mondo alla terza guerra mondiale a pezzi, come dice papa Francesco e si lagnano perché il precariato planetario genera migrazioni. Solo se le idee torneranno a camminare sulle gambe di milioni di uomini e di donne, non dei governi, cambieremo il mondo».

Convergenze parallele in nome della democrazia partecipativa. Non per caso a Loppiano. Ieri, Marco Luppi, storico, ha ricordato come «sia la rivolta studentesca che il lungo percorso che parte con la nascita del Movimento dei Focolari attraversino il mondo giovanile: nel 1967 nasce il Movimento Gen perché Chiara propone una rivoluzione nel nome del Vangelo. Non si era cioè all’esterno del clima di contestazione, ma immersi nell’ansia globale. Anche se era diverso lo stile». Vero fino a un certo punto, giacché anche tra i cattolici vi furono lacerazioni profonde. «Lazzati mi confidò che alcuni cattolici lo fecero soffrire più di te» si è lasciata scappare Bindi rivolta a Capanna, riferendosi a divisioni 'interne', antistoriche eppur mai sopite. «Con il ’68 – ha ricostruito l’ex ministro – si affermò l’assoluto della politica che condusse alla rivoluzione dei diritti individuali: dopo vennero l’aborto e il divorzio e stiamo ancora discutendo dove finisca il mio diritto e inizi quello dell’altro, e che limite vi sia tra diritto e desiderio. Quella fu la prima grande rottura tra individuo e comunità». Nel mondo cattolico, produsse una galassia di movimenti e, come ha riconosciuto la biblista Marinella Perroni, «il fatto che si siano innestati su un tronco così solido li fa vivere ancora oggi, mantenendo una loro spcificità e punti di riferimento comuni». Nella società, rese tutti più consapevoli delle proprie scelte. «Ero nata femminista perché ero la quinta di sei figlie femmine e un maschio – ha raccontato ieri Diana Pozza Borrelli – eppure fu la Mariapoli del ’66 a ribaltarmi la visione della fede e a donarmi una spiritualità intensa e intrisa di impegno sociale. Essere cattolici per noi giovani di Piedigrotta fu allora organizzare il doposcuola per i figli dei pescatori, organizzare la prima mostra sulla donna, leggere don Milani e i teologi della liberazione... ». Diana oggi ammette che «la vita non è solo ragionamento» ed è anche per storie come la sua che il movimento dei Focolari sente così 'suo' quell’anno.

In quella temperie, la Lubich mantenne la rotta del dialogo e dello stile mariano e se «non mancarono i cattolici che sognarono di salvare il mondo e si fecero terroristi», ha ricordato Bindi, il movimento ebbe sempre un approccio non violento. «Da quella visione del mondo nascono tanto l’idea dell’economia di comunione – ha detto Luppi – quanto la spinta al rinnovamento della Chiesa, applicando il Concilio».

Il Vaticano II si era tenuto solo tre anni prima. Come ha ricostruito il teologo Brunetto Salvarani, «le acquasantiere ribollivano, non solo all’Isolotto di Firenze, tra i terzomondisti o nelle comunità di base. La Cei per la prima volta ammetteva i laici allo studio della teologia e un retaggio di quegli anni non è soltanto l’autonomia dei laici dal clero, quanto la ritrovata centralità della Bibbia nel cattolicesimo ». Tuttavia, quel fermento rimase in parte inappagato, se Salvarani si dice convinto che «il 1968 cattolico non fu tanto figlio del Concilio, ma del suo ritardo, che scatenò una domanda di rinnovamento. Che c’è ancora oggi».