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Società. Zombie, la marcia senza speranza dell'immortalità

Roberto I. Zanini sabato 17 marzo 2018

In questa società che una visione del mondo senza speranza (pessimista) vuole sempre più sospesa sul baratro della morte (disastro globale) si può forse cogliere un dato essenziale: i morti viventi (zombie) sono dappertutto. Loschi, astiosi e noiosi figuri che non vogliono 'morire' né, tanto meno, lasciare il posto ad altri. Si potrebbe persino dire che il vero problema del nostro civile consesso non sia nella scarsa attitudine alle nuove nascite, ma nel suo lato nascosto: la ferma volontà di restare dove si sta, e non alla maniera positiva del centurione Camillo raccontato da Tito Livio: « Signifer statue signum, hic manebimus optime ». Ecco allora che la sempre viva (ci si passi il gioco di parole) metafora degli zombie può davvero essere presa come specchio di un arido modo di essere e di pensare.

In effetti, al di là di questa esemplificante lettura sociale, la 'questione zombie' è molto più complessa di quanto possa sembrare. Lo testimonia l’incredibile sequenza di film sull’argomento a partire da L’isola degli zombie del 1932, con un Bela Lugosi fresco di fama per il suo Dracula; per non dire del celeberrimo (fra gli appassionati del genere) La notte dei morti viventi (1968) del regista horror George E. Romero (alla prima fortunata esperienza in un lungometraggio): pellicola che diventa epigono di una infinita serie di prove cinematografiche, oltre che di episodi di fumetti alla maniera di Dylan Dog e cartoni come I Simpson, South Park e Scooby Doo, fino alla contagiosa serie televisiva The walking dead (2010) o al film Warm Bodies (2013), che si ispira (nell’edulcorazione) ai vampiri innamorati di Twilight e a parodie come L’alba dei morti dementi del 2004.

Zombie in tutte le salse. E viene spontaneo domandarsi, in questo 2018 che celebra i 150 anni di Frankenstein, quale sia la loro effettiva capacità di attrazione. Del resto proprio l’anno prima dell’Isola degli zombie, il 1931, la traduzione cinematografica del personaggio inventato da Mary Shelley veniva impressa nell’immaginario collettivo dalla straordinaria interpretazione di Boris Karloff. E non vi è dubbio che Frankenstein sia a tutti gli effetti un morto vivente, così come è certo che gli zombie di tanti film assomiglino moltissimo a quella prima immagine fornita da Karloff. Anzi, un po’ Karloff e un po’ il Dracula di Lugosi in una sintesi, contraddittoria e paradigmatica insieme, fra morto che vive e vivo che dà la morte per rendersi immortale.

Ecco allora, in attesa del prossimo film, che risulta facile parlare di zombie come di un fenomeno sociale fortemente metaforico. Lo fa a modo suo anche un libro da poco in libreria per Odoya col titolo Zombie Walk (pp. 298, euro 18), scritto da Giammaria Contro, saggista e giornalista esperto di horror, che affronta l’argomento da vari punti di vista, in maniera documentata e in- teressante. Fin dal sottotitolo, L’irresistibile ascesa di un mostro senza qualità, l’autore ci dice di avere una prevenzione estetico-culturale per 'il personaggio', così utilizza le sue e le altrui opinioni per depotenziarne le valenze simboliche, pur avendo l’accortezza di descriverle quasi tutte con dovizia di particolari e un ideologico 'birignao' laicista che gli fa interpretare la fede come una gabbia ideologica quando invece si tratta di una questione di libertà. Insomma, dice lui, se in questa società gli zombie, antropofagi e violenti, hanno tanto successo è anche perché il cristianesimo (e le religioni e le credenze magiche in generale) si cela «astutamente» dietro le ansie che alimentano il terrore della morte. Una conclusione che può valere solo se si considera un modo di vivere la religione mischiata, appunto, a credenze magiche, esoteriche, orientaleggianti e scaramantiche in cui la fine della vita resta una gabbia dalla quale è impossibile liberarsi. Diversa cosa è il cristianesimo, che professa l’urgenza di vivere da persone libere da ansie e paure in ragione della vittoria di Cristo sulla morte. È in questo contesto che il valore simbolico degli zombie mostra la sua orrorificità senza speranza. La stessa, tanto per capirci, che oppone la moda di Halloween a quella autentica festa di liberazione cristiana che è Ognissanti.

Si dice che si tratti di commercio, di mercato. Ma anche nella profonda crisi economica dalla quale (sembra) stiamo uscendo si sono moltiplicati perversi "mangiatori di carne umana": banche, fondi finanziari, speculatori, strozzini propriamente detti, uffici delle tasse e via dicendo che in nome del mercato hanno spolpato imprenditori e povera gente. Il mercato, lo sappiamo, per sua natura non è perfetto. L’episodio di Gesù che caccia i mercanti dal tempio ce lo dice in maniera efficace. Ma ce lo dice anche, per esempio, la cronaca quotidiana che racconta il dramma dei migranti, sedotti da mercanti- sfruttatori pronti a spolpare esseri umani per venderne gli organi, schiavizzare, seviziare, imporre la prostituzione. Mafiosi, predatori, arrivisti, assassini... sono loro i morti viventi contro i quali dobbiamo combattere ogni giorno: vivi fuori, morti dentro. Operatori di morte per rincorrere, come i vampiri, un’idea perversa di immortalità. Siamo noi, uomini e donne che non ci accettiamo per quello che siamo: destinati, cioè, a deperire e a morire. Che non accettiamo quella che è la nostra unica speranza: l’essere per la gloria eterna.

E gli zombie sono lì che marciano invece dei santi, così come una volta c’erano più o meno orrorifici spiriti e fantasmi. Sono lì a parlarci di una morte che non si rassegna, che vuole rivalersi sulla vita per far valere se stessa, mostrando tutto il pessimo che è in noi: persino il mangiare carne umana in una società che enfatizza il mito salutista, vegetariano e vegano per cui la carne (anche quella delle feste) è diventata la madre di tutti i mali. La morte come gabbia, appunto, metafora di un mondo che in gabbia sa bene come mettercisi da solo.