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Cinema. Wajda, l'anima della Polonia

Fulvio Fulvi martedì 11 ottobre 2016
Di fronte alla scena finale di Pan Tadeusz, storia ambientata nella Polonia in rivolta contro gli zar, sul volto di san Giovanni Paolo II scorsero lacrime di commozione. A raccontare del «pianto discreto di Wojtyla» furono, il giorno dopo incalzati dalla stampa, alcuni spettatori presenti alla proiezione, avvenuta domenica 23 gennaio 2000 in una sala di Palazzo San Carlo, in Vaticano. Davanti al grande schermo una trentina di persone in tutto, tra cui il regista Andrzej Wajda il quale volle presentare in prima assoluta all’amato Papa di Wadowice la sua versione cinematografica del poema epico di Adam Mickiewicz, un classico della letteratura polacca dell’Ottocento che il giovane Karol aveva interpretato più volte a teatro. Un inno alla libertà tra allegorie e simbolismi dove si intrecciano, come nella maggior parte dei 47 film girati dal cineasta, scomparso ieri a Varsavia all’età di novant’anni, angosce personali e vicende politiche del suo Paese, dalle molteplici spartizioni alla Seconda guerra mondiale con la tragedia dell’Olocausto, dal soverchiante giogo sovietico all’esaltante stagione di Solidarnosc.  Un monumento del cinema europeo, Wajda, oltre che un eroe nazionale. Un emblema del riscatto di un popolo da secoli oppresso, come il suo Uomo di marmo, Birkut, quel muratore stakanovista di cui si parla nell’omonimo film del 1976 che, nonostante la censura esercitata dal governo Gierek, aprì le coscienze dei democratici dentro e fuori il Paese svelando al mondo occidentale i meccanismi e i crimini del sistema comunista, ma anche una possibile via d’uscita. Nell’Uomo di marmo (candidato all’Oscar), infatti, oltre a una rappresentazione degli anni bui dello stalinismo, il regista di Suwalki propone una meditazione sulle funzioni sociali del cinema tentando di anticipare quei cambiamenti che di lì a poco porteranno alla disgregazione del regime con la vittoria del movimento sindacale trasformatosi in una diffusa aggregazione popolare sostenuta dalla Chiesa. Un processo inarrestabile che viene reso esplicito nel sequel, L’uomo di ferro, del 1981 (Palma d’oro a Cannes) incentrato sugli scioperi nei cantieri di Danzica e altre città (qui appare, nel ruolo di se stesso, il leader di Solidarnosc e futuro presidente Lech Walesa, al quale ha reso omaggio nel 2013 con L’uomo della speranza). «Voglio mettere la mia esperienza, le mie idee, tra il pubblico e la Storia», diceva Wajda a proposito dei suoi film. Ed è stato sempre così. Anche in una delle sue prime opere, Cenere e diamanti del 1958, che si svolge nell’ultimo giorno del Secondo conflitto mondiale, c’è dentro il suo modo di concepire i rapporti tra la politica e la persona umana: i nazisti sono stati scacciati dalle forze alleate e in Polonia si apre una cruenta battaglia tra i vincitori, nazionalisti e comunisti. Emerge la figura contraddittoria del partigiano Maciek, una testa calda che invece di uccidere il segretario del Partito comunista, eseguendo l’incarico ricevuto dalla sua banda, si innamora perdutamente di una ragazza abbandonando così la missione. Non c’è qualunquismo nel comportamento del giovane, ma un disperato bisogno di scoprire la verità di se stesso e del suo essere adulto. Il giovanotto era interpretato da Zbigniew Cybulski, il “James Dean dell’Est” anch’egli simbolo di una generazione ribelle: ciuffo, occhiali neri, atteggiamento da spaccone sulla scena e nella vita di tutti i giorni, finì sotto un treno poco dopo le riprese del film ( Wajda gli dedicherà, nel 1978, Tutto in vendita, improntato al tema del divismo). Il finale di Cenere e diamanti è di una drammaticità viscontiana: Maciek, ferito a morte, esegue la sua ultima “danza macabra” barcollando in un campo prima di crollare a terra con una raggelante risata. Si tratta del secondo capitolo della “trilogia della guerra” inaugurata l’anno prima con I dannati di Varsavia, storia di un ufficiale vigliacco che per salvarsi fa uccidere dai tedeschi altri suoi compagni. Una filmografia complessa la sua, nella quale spiccano anche altre tre nomination all’Oscar: La terra della grande promessa (1975), Le signorine di Wilko (1979) e, soprattutto, Katyn (2007) nel quale Wajda rievoca la vicenda del padre, un ufficiale della cavalleria trucidato nell’aprile del 1943 insieme a diecimila prigionieri polacchi, dai soldati dell’Armata Rossa con un colpo di pistola alla nuca. Un massacro occultato per decenni. Ha il valore di un’invettiva contro la svolta autoritaria di Jaruselzki Danton (1982), ricostruzione storica della Rivoluzione francese. Meno riuscito, invece, I demoni (1988), tratto da Dostoevskij. Nel 1998 Venezia gli conferì il Leone d’oro alla carriera, nel marzo del 2000 ricevette, sempre, alla carriera, l’Oscar.