Agorà

ANTEPRIMA. «Vite cambiate da don Tonino Bello»

Luca Pellegrini mercoledì 20 marzo 2013
Due giorni nella vita di un uomo, sufficienti a fargli trovare l’anima. Quaranta minuti, invece, sono il tempo che serve al regista pugliese Edoardo Winspeare per raccontarlo ne L’anima attesa, uno degli eventi speciali del Bari International Film Festival, prossimamente distribuito in dvd. Un mediometraggio prodotto da Pax Christi Italia – il movimento cristiano e pacifista di cui don Tonino Bello è stato presidente dal 1985 al 1993 – e finanziato grazie alla campagna «Adotta un fotogramma» con la quale chi lo ha conosciuto, direttamente o indirettamente, ha donato un’offerta. Il cinema, insomma, come frutto e atto di carità. Un film che nasce esattamente a vent’anni dalla morte del vescovo di Molfetta, per il quale è stato già avviato il processo di beatificazione. Winspeare se lo ricorda bene quando, appena quindicenne, seguiva nel suo paese di Tricase in Puglia la messa celebrata da lui. «Allora non avevo totale coscienza del personaggio. L’ho riconosciuto dopo, contattando le persone che avevano lavorato al suo fianco. Un uomo straordinario, un grandissimo scrittore e poeta, un vero pastore, trasmetteva entusiasmo, coinvolgeva laici, credenti e non credenti, uno stimolo per tutta la gente, ricca e povera. Un maestro della cura e dell’ascolto, come nel film lo descrive un’insegnante ai suoi alunni».Nel suo film è Carlo, un uomo d’affari interpretato da Carlo Bruni, che sperimenta il messaggio di don Tonino: scatta in lui la percezione che la sua vera anima da qualche parte lo sta aspettando. Il mio protagonista è in una crisi esistenziale ed economica profonda. Decide di fare questo viaggio in Puglia per trovare la sorella. Nulla lo interessa più. Lungo il percorso – in autobus, in treno, in macchina e a piedi – fa esperienza di varie epifanie, gente comune: un lavoratore, giovani coi loro sogni, immigrati senegalesi, un’anziana che ricorda la sofferenza della guerra, insomma persone semplici, normalissime. Ma buone. Ecco, scopre la bontà, si accorge che il mondo non è fatto solo di lupi che si azzannano, come lui dice a tavola alla sorella, di persone che non credono, non hanno mete, che nulla fanno e si sentono sempre giustificati. Io sono un "noiosissimo" cattolico ma, guardando il mondo di oggi, mi pareva giusto parlarne attraverso il ricordo indiretto di don Tonino. Perché non scommetto solo sul cinema, la mia scommessa è la fede e Gesù il mio riferimento. Sento una responsabilità sociale, politica e artistica. Tonino ricordava proprio questo, ossia come tutto nasce da Cristo. E come Cristo, don Tonino (che appare nella sequenza finale del film) prima di tutto guardava ai poveri.L’opzione di una Chiesa povera per i poveri Tonino l’aveva posta al centro del suo programma pastorale. Insomma, le cose stanno sempre lì, nel Vangelo: ogni sacerdote le può interpretare a nome proprio, ma nessuno può esimersi dal scegliere la povertà, insieme all’ascolto, alla mitezza e alla pace. Don Tonino parlava ogni giorno e a tutti di questo. Parlava del Vangelo di Cristo.Nel film è importante la figura del bambino: con la sua fisarmonica e il suo sorriso intercetta la crisi di Carlo e senza parlare, pian piano, lo porta verso la tomba dove don Tonino riposa. Come è nata questa figura?È il coro greco, muto. È l’angelo? È don Tonino? È l’anima attesa? Nella vita dell’uomo c’è sempre un momento in cui lo Spirito si manifesta. Poi sta a noi coglierlo. Accadono sempre cose straordinarie. È il miracolo della quotidianità. Don Tonino ci credeva, l’ha vissuto, l’ha trasmesso.